Campo minato 2

Continua da Campo minato 1 …La parte precedente la potete leggere qui

I miliziani mi lasciano a un checkpoint ribelle, così, senza troppe spiegazioni. Esco dalla macchina e mi dirigo verso i due armati. La gestualità italiana ha un senso. Mi aiuta quando non ho le parole. Anche se il linguaggio del corpo a volte può ingenerare incomprensioni. Ci capiamo. L’ospedale al-Shifa. Mentre parliamo, saliamo in una macchina e proprio quando stiamo per partire inizia la prima scarica di colpi di artiglieria. Un lampo accecante e una forte esplosione. Corriamo fuori dalla macchina e ci buttiamo in un sottopassaggio. Una sorta di corridoio sotto un palazzo, con dei negozi. Le esplosioni continuano. A poco a poco questo rifugio sicuro si riempie di persone che scendono dai palazzi. Sono l’unico straniero, vestito come un guerriero medievale, con il mio giubbotto antiproiettile azzurro e il mio elmetto. Ma nessuno si preoccupa più di tanto per me. Hanno altro a cui pensare. Bambini che piangono, donne che si guardano e si parlano tra di loro.

Finite le esplosioni mi portano all’ospedale, è a meno di dieci minuti di macchina. L’entrata è illuminata, c’è gente nell’androne. c’è sangue dappertutto, in terra. Sono confuso quanto loro, non so dove mettermi. Le mie scarpe finiscono in pozze di sangue mescolato a terra, lasciando impronte di carrarmato. Fuori accanto all’entrata portano i cadaveri di chi non ce l’ha fatta, molti avvolti in spesse coperte.

Lì incontro un ragazzo, Abdullah Alyasin. Parla inglese e mi chiede cosa faccio lì e chi sono. Ha una mimetica addosso. Era un mediattivista dell’Aleppo Media Center, solo che adesso porta anche un Kalashnikov. Si occupa dei giornalisti nel suo settore. Abdullah morirà qualche mese dopo, il 15 gennaio 2013. Gli spareranno per strada, in circostanze mai del tutto chiarite. Cose che capitano in guerra. Invidie, regolamenti di conti, torti da sistemare, screzi, tutto si sistema con un colpo al petto e uno alla nuca. Niente polizia, niente testimoni.

Insieme a lui c’è un algerino, ex militare. Lo riconosco da un tatuaggio sull’avambraccio, da come si comporta in perlustrazione e da come porta l’arma. Si capisce che ha avuto un addestramento militare professionale. Cosa ci faccia qui è un mistero, ma non è il momento di fare troppe domande e spesso alcune domande non sono gradite. Io glielo chiedo, lui sorride ma non mi risponde.

Abdullah mi porta in una palazzina poco distante dall’ospedale. C’è un appartamento al secondo piano utilizzato dai suoi e dove si trovano anche un altro paio di giornalisti. C’è un egiziano anche, un giornalista indipendente, dice, ma legato ai Fratelli Musulmani che appena arrivato mi chiede cosa ne penso di questa guerra e altre domane alle quali non me ne frega un cazzo di rispondere, voglio solo riposarmi perché sono più di 30 ore che sono sveglio e vorrei dormire un poco. Mi danno una branda in una stanza. C’è un tavolo di ferro e poco altro, lì dentro. I vetri delle finestre sono rotti. L’acqua non c’è.

Provo a contattare Elio ma il telefono non prende. E’ in una scuola quella notte a dormire, in una classe, messo sui banchi, sulla linea del fronte tra i ribelli e i soldasti di Assad, insieme al tedesco e all’afgano. Mi racconterà poi che le esplosioni erano talmente forti che a ogni colpo, quella notte, si buttava a terra. A volte scrivi e lasci lettere sul pc, casomai dovesse capitarti, a volte non fai nulla.

Anche da me arrivano colpi di artiglieria, di continuo. Non riesco a dormire. Fa caldo, non tolgo il giubbotto antiproiettile e il mal di schiena è tremendo. E quando mi addormento è un sonno nervoso, dove a ogni colpo riapro gli occhi, quasi, e poi riscivolo in uno stato di torpore e dolore mescolati. Alcune volte il colpo in arrivo è talmente vicino che mi alzo di soprassalto e cerco riparo sotto il letto. Poi la stanchezza di nuovo mi riporta in un sonno agitato.

La mattina usciamo per andare nella città vecchia. Ci sono altri giornalisti. Camminiamo nelle stradine antiche di Aleppo per raggiungere il souk sventrato dai combattimenti. Finita una delle vie coperte, c’è un cecchino di Assad. I miliziani sono da una parte e dall’altra della strada, coperti. Quando spara il proiettile colpendo le pietre alza sbuffi di schegge e polvere in mezzo alle urla provocatorie dei miliziani. Cercano di stanarlo, ma è coperto ed è troppo lontano, per essere colpito. I sui colpi arrivano precisi, è un professionista. Faccio delle interviste ai pochi residenti che incontro e poi mi ficcano su un mezzo che percorre quella stessa strada. Poco prima passa una macchina, c’è una famiglia dentro. Gli urlano di andare via, che è pericoloso. La macchina fa inversione e scompare. Io mi rannicchio sul mezzo. Il colpo non parte e sgommiamo via. Mi chiedo fino a che distanza è capace di centrare il mezzo.

Non mi ricordo più come, ma i ragazzi riescono a recuperare Elio. Insieme poi andremo a trovare il comandante della Liwa Tawhid, il più grande raggruppamento armato ribelle in quel periodo. Con noi quei giorni gira anche una fotogiornalista francese, giovanissima, si chiama Virginie. Il suo giornale l’ha mandata dentro la Siria da Kilis. È la sua prima esperienza di guerra. Abdulkader al-Saleh, è il nome del comandante della Tawhid, meglio conosciuto come Haji Marea. Il New York Times ne farà un profondo ritratto in questo articolo “Hajii Marea, a rebel Commander in Siria holds the reins of war“, di C.J. Chivers. Anche Hajji Marea verrà ucciso, nel novembre 2013, colpito da un bombardamento aereo governativo.

In quel primo viaggio realizzo un reportage per l’Espresso, “Chi sono i ribelli siriani”. Insieme alle foto di Elio diventa la controcopertina del settimanale. Sono gli ultimi giorni che rimaniamo lì, ci stiamo sentendo come topi in trappola. Tutte le notti i colpi di artiglieria cadono intorno. Una sera colpiscono la palazzina di fronte. Il silenzio è totale. Poco dopo sento una macchina accendersi e uno stridio di gomme. Silenzio ancora. Basta. Girano voci che il regime stia preparando una grossa offensiva e che chiuderanno ogni via di accesso alla città. La tensione è alta. Incontriamo un fotografo russo al centro comando della Tawhid. Cerchiamo di contrattare un taxi, fidato, che ci porti verso il confine.

Per uscire dalla Siria dobbiamo di nuovo passare illegalmente. Solita trafila: siamo insieme a centinaia di persone, anziani, donne, bambini, la maggior parte, in un uliveto, in attesa. Arriva una persona e ci scorta per il tragitto, facendoci da guida. A metà strada però si blocca e dice che che dobbiamo pagarlo, altrimenti ci lascia lì. Io mi incazzo come una bestia, Elio cerca di mediare. Vuole duecento dollari. Non voglio pagarlo e rimaniamo lì per un po’. Dice che ci lascia proprio lì, in mezzo al campo minato. Che gli frega. Lo può fare. Poi decide di muoversi, anche perché comunque anche per lui non era molto sicuro rimanere. Torniamo in Turchia. Io lo mando a fare in culo appena tocchiamo suolo turco, devo scrivere un pezzo, mi hanno appena scritto dall’Italia e mi infilo in un casotto di legno. Non ascolto nessuno, neanche quando il tizio di presenta con altri quattro.

Devo scrivere e ho i minuti contati. Elio gli passa cento dollari. Torniamo a Gaziantep, la patria del pistacchio. Dobbiamo farci una doccia come si deve, svuotare il minibar di superalcolici, bere ancora e riprendere fiato. Questo lo potremmo chiamare un debriefing da una zona di guerra. Ti serve per pensare, fare mente locale, ristabilire i tuoi parametri con il mondo normale, non con il terrore e l’adrenalina e i morti. Con la gente, i negozi, nessuno che ti spara dal cielo e dalla terra. Dove gli aerei sono aerei che portano civili e non scaricano bombe sulle città. E non ci sono ragazzini armati e non trovi sotto il letto una pistola carica, schegge che sbudellano, le case non sono sventrate e non vedi sangue dappertutto negli atri degli ospedali.

Questa storia dell’adrenalina il doc dice che me la sono portata dietro per anni e che la scelta di fare un lavoro del genere, coprire zone di guerra, è un po’ la continuazione di una ricerca di situazioni tipo dove mettersi alla prova a livelli alti di rischio e tensione. Ma anche questa, è un’altra storia.

Dopo pochi giorni dobbiamo rientrare in Siria per fare un lavoro importante.

Di nuovo all’inferno.

Fine seconda parte

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