Campo minato

Parte Prima

*Alcune cose che vengono raccontate qui non si dovrebbero fare, tipo muoversi in territorio ostile senza aver ben chiaro chi è chi e avere contatti precisi e senza aver fatto verifiche sui tuoi referenti. Sono esattamente l’opposto delle cose che insegno ai War Reporting Training Camp. Ai tempi in Siria ancora non venivano rapiti i giornalisti e a volte ci si deve fidare dell’intuito per attuare un ‘piano B’. Ma solo in casi estremi. Era nove anni fa. Oggi non è più possibile fare certe cose. Per cui questo è un disclaimer tipo: “E’ pericoloso. Non fatelo a casa” 😉


Il telefono squilla. Numero sconosciuto. Sono sdraiato sul letto di un albergo economico a Gaziantep. La pala del ventilatore gira vorticosamente. La fisso intensamente, mentre le lame si piegano per l’effetto ottico. Fuori è molto caldo e io continuo a fissare il soffitto mentre rispondo al cellulare.

Qualcuno urla dall’altra parte.

“Tinazzi?”

“Sì?”

“Ciao sono ‘X’, de La Stampa. Senti, io so che tu devi entrare al posto mio. Ma tu sai quando vengono a prendermi per portarmi fuori? Cazzo sono ore che aspetto, non sono affidabili questi qui”

“No. Non so nulla. Mi hanno solo detto di aspettare una chiamata in stanza e poi di dirigermi a Kilis, al confine”

‘X’ lancia altre imprecazioni e poi chiude la telefonata.

Io non so veramente nulla.

Ahmad era stato chiaro prima di partire: aveva detto: vai a Gaziantep e aspetta. Quando sarebbe arrivata la chiamata, i ribelli avrebbero portato fuori X e preso me. Ma qualcosa era andato evidentemente storto.

Ho con me due zaini. Uno da 45 chilogrammi con qualche vestito, scorte di barrette energetiche, bustine di potassio, medicinali vari, elmetto e giubbotto antiproiettile; l’altro con videocamera, macchina fotografica, computer, hard disk e altra attrezzatura.

Sono steso in mutande su questo letto da quattro soldi con le lenzuola ruvide e un copriletto color prugna. Tutta la stanza sembra una bomboniera con colori pastello/pacchiano. Chi ha fatto le pulizie ha lasciato un cigno fatto con un asciugamani e un biglietto di benvenuto. Forse ci vengono a scopare coppie clandestine, qui.

Il telefono squilla di nuovo. È il mio contatto siriano in Italia. Mi dice di procedere verso il confine e di aspettare davanti all’entrata del campo profughi. Lì, sarebbe passata un ambulanza proveniente dalla Siria che avrebbe scaricato un ferito e poi mi avrebbe caricato per farmi entrare illegalmente.

Esco dall’albergo, prendo un taxi e dopo una cinquantina di minuti arrivo davanti al campo profughi, poco distante dal valico di frontiera. Mi devo fidare di Ahmad, non posso fare altro. E mi devo fidare dei suoi contatti in Siria.

Davanti al campo c’è un’entrata controllata dalla polizia turca. In teoria nessun esterno può entrarci senza autorizzazione. Fa un fottuto caldo e la mia presenza è notata da chiunque nel raggio di 100 metri. I bambini passano e mi sorridono, ogni tanto qualcuno mi chiede che faccio lì e se ho bisogno di una mano. Io sorrido, il sudore mi cola ampiamente sul viso. Sono ormai trenta minuti che aspetto e dell’ambulanza nessuna ombra. Provo a richiamare ma il telefono è muto.

Dopo un’ora incomincio ad agitarmi. Elio è già dentro il paese da diversi giorni, ospite in una casa di campagna. La sua storia, che verrà poi raccontata sul Corriere della Sera, è incredibile. Elio è principalmente un fotografo, non uno scrittore. Un fotografo di razza, uno dei migliori ma anche uno di quelli che non si è mai voluto mettere in mostra. I fotografi spesso sono dei personaggi sopra le righe. Anche un po’ fastidiosi e teste di cazzo. Non tutti, ovviamente. Lui no. Lui fa solo il suo lavoro. E lo fa maledettamente bene. Insieme siamo stati in Libia. Quando ho sentito la sua voce nella lobby dell’Hotel Rixos di Tripoli, nel 2011, all’inizio non avevo capito che fosse lui. Lo avevo conosciuto venti anni prima a Milano, in quel mondo di sottoculture, feste e concerti che oggi non esistono più.

Ritrovarsi casualmente dopo tutti quegli anni in un altro paese. In guerra. Abbiamo poi passato giorni di fuoco durante la presa di Tripoli. Ma questa, come tutte le altre, è un’altra storia.

Per quello, quando si è prospettata la possibilità di entrare illegalmente in Siria per seguire gli eventi nel Paese, abbiamo deciso di muoverci. Lui però parte una ventina di giorni prima di me. Siamo d’accordo che lo raggiungerò in un paese in provincia di Aleppo.

Prima di arrivare in quel luogo però, viene portato in un casolare in provincia di Idlib. Quello che vede in quella casa è un film dell’orrore, poi reso in testo, immagini e video in questo articolo intitolato ‘Siria, la fabbrica della morte‘ uscito sul Corriere della Sera.

C’è sempre un limite alla sopportazione del male.

Realizzo intanto che l’ambulanza non sarebbe mai arrivata e che sono fottuto. Che cazzo faccio? Incomincio a fermare gruppi di profughi chiedendo, con il mio arabo di sopravvivenza, ovvero tre o quattro frasi imparate a memoria, se c’è qualcuno che parla inglese. Dopo vani tentativi dei ragazzi mi portano un bambino che avrà si e no dieci, dodici anni. Lui parla inglese, anche meglio di me. Ha studiato in una scuola di inglese ad Aleppo, mi racconta, e adesso è qui con la sua famiglia dopo che sono scoppiati gli scontri in città. Spiego al ragazzino che devo entrare e che mi deve portare da qualche notabile del campo, in modo da potergli raccontare la mia storia. Mi serve aiuto.

Qualcuno mi prende lo zaino nero, un adulto l’altro zaino da 45 chili e si mettono in gruppo intorno a me per passare i controlli della polizia all’ingresso del campo. La polizia, non so se perché distratta, visto che passano a migliaia ogni giorno continuamente, o perché non gliene frega nulla, non si accorge di me. Nel campo il ragazzino mi prende per mano e mi porta in mezzo a un dedalo di strutture e di tende.

“Lui è un muktar”.

Il multar è il capo di un villaggio, un notabile, un pezzo grosso. Ci sediamo mentre arriva il tè e io inizio a raccontare perché sto lì. il ragazzino traduce, il muktar non muove un muscolo facciale. Finito di parlare, lo guardo aspettando una risposta. Sorseggia il tè. Silenzio. Poi dice qualcosa.

“Vuoi entrare quindi? e dove vuoi andare? Sai il nome del villaggio?”

“Sì. mi basta raggiungerlo. Lì c’è un mio amico che mi aspetta”

“Va bene. Ora ti faccio accompagnare da qualcuno. Dall’altra parte ti verrà a prendere una macchina e ti porteranno in quel villaggio. Io non posso fare di più”.

Poi chiama quel qualcuno che chiama qualcun altro. Dopo pochi minuti arriva un uomo. Zoppica. Non parla inglese, ci intendiamo a gesti. Si carica il mio zaino più grande, usciamo dal campo e ci dirigiamo verso un prato e in mezzo a degli ulivi. C’p un campo aperto, cartelle di avvertimento e filo spinato. Dobbiamo passare su un sentiero tracciato in mezzo ad un campo minato, senza farci vedere dai turchi. Lui sa il fatto suo, io non posso fare altro che seguirlo. Ogni tanto ci blocchiamo, in silenzio. C’è una torre di osservazione turca a un centinaio di metri di distanza. Lui mi fa segno che è tutto a posto, o almeno io intendo così. La torre è vuota. Dopo una ventina di minuti di cammino siamo in Siria.

Lo zoppo mi lascia davanti a una fattoria. C’è una strada sterrata che passa lì davanti. Piazza un dito sul mio orologio e mi fa capire che devo aspettare. Io mi siedo per terra mentre lui torna indietro.

Dopo un po’ arriva una macchina. scono due ragazzi. Anche loro non parlano inglese. Mi fanno segno di salire. Lungo il tragitto mi chiedono come mi chiamo. Chiamarsi Cristiano in genere poi implica la seconda domanda, ovvero se sei cristiano. La risposta è sempre abbastanza vaga, tale da non far pensare che sei un ateo, cosa peggiore che sembrare di essere un buon credente, anche se di altra religione.

Il ragazzo accanto al guidatore tira fuori dalla tasca una manciata di pistacchi freschi, dividendoli con noi. Accanto al cambio c’è un Kalashnikov.

Finisco in una villa piena di armi, lanciagranate, esplosivi. C’è una stanza adibita ad armeria. È la sede di una brigata. Mi arriva un messaggio di Aya dall’Italia: ‘Quando torni ti spiego dove sei finito’, mi scrive. Non capisco. I ragazzi sono simpatici, un paio. Qualcuno mastica un po’ di inglese. Rompono un po’ le palle su questioni religiose e non fumano. Io mi devo mettere da parte per farlo, non sono molto tolleranti. Il giorno dopo mi portano al paese dell’appuntamento con Elio. Davanti alla moschea non c’è nessuno. Eppure ci siamo scritti via cellulare italiano. Mi ha detto di venire in questo paese e di farmi trovare a una certa ora davanti alla moschea. La cosa so ripete per tre giorni giorni. Lui mi scrive che è lì, io pure, ma non ci vediamo.

Al quarto giorno di appuntamenti mancati capiamo che non è lo stesso paese ma che ci sono due paesi con un nome simile. Riusciamo finalmente a trovare la moschea giusta. I ribelli ci portano poi a Tal Rifaat. Siamo in una struttura, una ex scuola credo, dove ci sono decine di uomini armati. Dobbiamo attendere ore prima di poter partire per Aleppo. Da fuori rimbombano i colpi dell’artiglieria pesante che cadono sull’abitato. C’è un uomo, un siriano, che viene dalla Germania. E’ tornato appena scoppiata la rivoluzione. Ha con sé la famiglia. La moglie è Bulgara, racconta, e ha due figli piccoli. “Quando sarà tutto finito, quando avrò ucciso Assad, tornerò a casa” dice. Adesso deve solo combattere. E’ alto, imponente, la barba selvaggia su un viso stanco. La tensione sale quando viene dato l’ordine di prepararsi. C’è un tizio vestito come un mujaheddin. Lo chiamano l”afgano’. Saliamo sui pick-up.

Le macchine partono, Aleppo è a circa quaranta chilometri. E’ notte fonda, ma c’è una luna piena che colora d’argento ogni cosa, facendola risplendere.

L”afgano’ mi chiede se ho paura. Il pick-up è scomodo, il cassone è pieno di armi, zaini e persone e io sono sul bordo aggrappandomi con entrambe le mani. Ogni tanto la colonna di mezzi spegne le luci, sfrecciando su strade illuminate solo dal chiarore della luna. “E’ per gli aerei e gli elicotteri”, mi dice il siriano-tedesco. Quando ci avviciniamo ad Aleppo nessuno parla. C’è solo una voce, quella dell’afgano, che intona un canto devozione del Corano. C’è la luna, l’afgano e la parola di Dio. E la mia paura. N0n ho un Dio al quale aggrapparmi.

Una volta in Libia, in un casolare sulla sopraelevata di Souk el-talat, quando sembrava esplodere il mondo per la quantità di proiettili e razzi che volavano ovunque, quando stremato mi ero fermato per prendere fiato e cercare di controllare i battiti del cuore, un ragazzo mi chiese se credevo in Dio. “Allah ferma i proiettili” disse.

Sembra una scena di un film. Eppure è successa. Dio ferma i proiettili, ripeto mentalmente, quando entriamo ad Aleppo, ma i proiettili cadono esplodendo come enormi bombe carta, illuminando per attimi il buio pesto dei quartieri che attraversiamo. Non ci sono luci stradali. Dove ci sono, qualcuno gli spara e il buio ritorna.

I colpi continuano a cadere e l’immagine è da incubo. Buio, luce, buio, esplosioni. Non finisce mai.

Quando scendiamo dal cassone del furgone, io salto ma le ginocchia mi cedono. La paura di un nemico invisibile. Non le controllo le ginocchia, è la prima volta che mi capita ma non ci riesco. Mi sforzo ma ogni passo che faccio sento le ginocchia cedere. Mi devo appoggiare a un muro. Ho l’adrenalina che mi fa scoppiare il cuore. Ho bisogno di respirare piano, di riprendere il controllo di me stesso. Vorrei essere dall’altra parte del mondo ma sono qui adesso. Ci sono sono alti palazzi. Entriamo in uno di questi e saliamo fino al terrazzo. Il tedesco e l’afgano sono sempre con noi. Sono i nostri due angeli custodi, fino a quando non si trasformeranno in macchine di morte. Manca poco per loro.

Facciamo colazione con pane e carne e verdure sul tetto di questo edificio dove i suoni che arrivano da sotto non sono di macchine o autobus, clacson e musica ma solo tonfi, esplosioni, urla, secche raffiche di mitra. Arrivano un po’ dappertutto, l’aria trasporta questi suoni da ovunque, mescolandoli, creando uno sgradevole accostamento di suoni.

E’ ora di andare a combattere, dicono. Prima hanno tutti pregato. Scendiamo in strada. Io non me la sento di andarci, dico ad Elio. E’ pure buio, non ha senso per me, non riesco a filmare nulla. E’ una scusa. In realtà ho ancora il terrore di non riuscire a gestire la paura. Ci abbracciamo e ci dividiamo. Voglio andare all’ospedale di al-Shifa intanto, inizierò il mio lavoro da lì.

Il miliziani mi lasciano a un checkpoint ribelle…

Fine parte prima

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