Un nuovo anno

I tell you, I can’t deny it
I thought of quitting, baby
But my heart just ain’t gonna buy it
And if I didn’t think it was worth one single try
I’d jump right on a big bird and then I’d fly

Mi piace Frank Sinatra, Dean Martin, i vari crooner, i cantanti dei night club o di Las Vegas. Mi piace il loro stile, il portamento, l’aria da perdenti ma con un asso nella manica da spendere, il bicchiere di bourbon in una mano e la sigaretta sempre accesa nell’altra. Un anello al dito. Mi sarebbe piaciuto vivere in quegli anni. Il mio sgabello al bancone dei cocktail bar, insieme a uomini stanchi e donne vissute. Le scazzottate fuori dal locale. Ovviamente è la parte interessante e romanzata, questa, quella anche più cinematografica. La parte non visibile è quella passata, saltando di epoca e continente, da chiunque abbia sprecato anni della propria esistenza in bar o nei locali notturni. L’alcool come connettore sociale, la droga, la solitudine e, a volte, solo la voglia di spezzare la routine di una vita monotona. C’è gente che si è perduta nel fondo di quel bicchiere.

Dove mi sono perso, io?

Quando ho deciso di laurearmi l’ho fatto solo perché nessuno avrebbe scommesso che ce l’avrei fatta. Una rivincita contro mio padre. Per tutte le volte che mi aveva detto che non avrei mai combinato niente nella vita.

Non mi è mai interessato pensare a come costruirmi un futuro perché ho sempre vissuto il presente. Non ne avevo il tempo.

il giornalismo era arrivato per caso nella mia vita dopo che, alcuni anni dopo la maturità, avevo provato ad entrare nella scuola Walter Tobagi di Milano. Senza successo. La mia tesi di laurea in storia poi, attraverso le pagine di Time e Newsweek, tornava a parlare di giornalismo. Ho ripreso in mano quella strada, appena uscito dalla Statale di Milano e dopo aver vissuto a Londra e lavorato come magazziniere per pagarmi gli studi e prima ancora come portiere, corriere, attacchino, receptionist. Qualsiasi lavoro. Non ho mai viaggiato molto prima, a parte l’Europa. A 25 anni ho dovuto affrontare la perdita di una stabilità economica, il disintegrarsi un pezzo alla volta del mio nucleo familiare, la perdita di qualsiasi riferimento. Ho navigato a vista per anni, sopravvivendo come potevo. Ho dovuto poi stare dietro a un padre allo sbando, morto dentro otto anni prima con la perdita di mia madre. Ma nessuno è fatto d’acciaio. Neanche i più duri.

Il giornalismo per me è stata una svolta, una possibilità di riscatto personale e una traccia nel seguire la quale ho cercato, per la prima volta, di costruire una mia strada. Un mestiere che ho imparato un po’ alla volta da colleghi di esperienza, vecchi veterani: una generazione di inviati, così diversi dai giovani colleghi di oggi. Vi era una rivalità sana, e c’era un atteggiamento differente: da una parte di rispetto, di ascolto, e dall’altra di trasmissione, di insegnamento. Poi c’erano anche lì le teste di cazzo, ovviamente, quelli più ideologizzati, i lupi solitari, i maneggioni, i figli di papà, i raccomandati e quelli messi per corrente di partito. Non esistono mondi perfetti. Ma soprattutto la carta stampata in quel periodo aveva ancora tra le sue fila delle penne fantastiche. E poi c’erano anche quelli della radio e della tv. Elencarli diventerebbe noioso e inutile. Non sarei diventato quello che sono se non avessi incontrato alcuni di loro sulla mia strada. Con alcune persone ho mantenuto dei contatti, con altre, anche se con mio rammarico, ho chiuso. Due caratteri di merda reggono poco insieme.

L’esame di stato dato con una macchina da scrivere Olivetti, le difficoltà iniziali, le tante porte sbattute in faccia, le mail mai risposte e poi le prime collaborazioni, il primo premio ad un corso per reporter in aree di crisi: un viaggio in Libano per realizzare un reportage. La mia prima telecamera, la mia prima reflex, i tanti sogni nel cassetto di viaggi ed esperienze. Ogni cosa era nuova ed eccitante. Ogni cosa guadagnata solo con le mie forze, con i miei soldi, con la mia fatica. La mia prima esperienza come collaboratore esteri per il Messaggero iniziata nel 2011. Ancora capitava di mandare i pezzi al dittafonista. Centinaia di articoli e prime pagine. E poi sono venuti tanti altri.

Il giornalismo mi ha dato molte possibilità: ho potuto girare il mondo per raccontare conflitti, rivoluzioni, repressioni, scontri etnici e religiosi, tragedie e massacri ma anche conoscere posti e persone splendide. Ho avuto la possibilità di raccontare fatti e storie anche divertenti, positive, non solo eventi tragici. E’ stato molto bello fare tutto questo. Ho lavorato tanto anche con la Radiotelevisione Svizzera. Ma anche qui, dieci anni di collaborazioni e poi la crisi, i tagli di budget.

Un caporedattore di una testata ormai chiusa da tempo una volta mi ha definito “un buon fucile”. L’ho sempre preso per un complimento. So stare in trincea e tenere la posizione. Sempre stato un soldato, sempre pronto alla chiamata. Vacanze, fine settimana, feste. Ho scritto sempre e dovunque. Mai detto “Non posso”. Nelle hall degli alberghi, sulle macchine, negli aeroporti, seduto su un marciapiede, in mezzo alla giungla o appena uscito da un campo minato in Siria. Ma i fucilieri non sono generali e i fucilieri muoiono sul campo o si suicidano o sbroccano, mentre spesso i generali la vita la riescono a portare a casa e si prendono onori e ori.

E’ anche un mondo tossico il nostro, pieno di arrivisti, egotici, sfruttatori e opportunisti. Pieno di competitività. Che nel corso degli anni è diventata sempre più forte. La crisi dell’editoria, i compensi da fame, hanno generato centinaia di corse al ribasso e mute di cani pronte a scannarsi appena l’osso è lanciato sul pavimento. Un mondo spesso elitario dove chi ha soldi e conoscenze va avanti. Un mondo che ti spreme, ti porta in alto e poi ti ributta in basso. Un mondo dove ormai devi essere un promotore di te stesso. Un piazzista social. Un venditore di fumo. Marketing.

Un mondo dove si viene attaccati perché si fa il proprio lavoro non è il mio mondo. 

Per aver fatto una inchiesta su un caso giudiziario, inchiesta che evidenziava la condanna di un innocente per mancanza di prove (sentenza ribaltata in appello e poi confermata in cassazione), sono stato messo alla gogna, accusato di aver preso soldi, di essere un venduto. Menzogne schifose. Nessuno potrà ripagarmi dell’onta e delle offese subite portate da questi squallidi personaggi bugiardi, persone sulle quali sprecare queste poche righe è già troppo.

I mostri generano mostri. Una vergognosa pagina sulla quale nessuno mi ha chiesto scusa. E anche qui, pochi giornalisti si sono fatti sentire, la maggior parte ha preferito stare in silenzio, non esporsi, non solidarizzare, non pubblicare. 

Il motivo è semplice: opportunismo e codardia.  Queste cose segnano e non possono passare sulla pelle senza aver tagliato, ferito e abraso.

E’ successo altre volte anche davanti a rivendicazioni collettive. Chi sosteneva e chi da dietro, accoltellava. Pezzenti. Gente che si vende per un tozzo di pane. Puttane.

Ci sono certamente anche tanti colleghi bravi che rispetto e ai quali auguro il meglio per loro. Ma poi si devono fare anche i conti con il non avere più trent’anni e il vedersi di fronte la prospettiva di una pensione, a fine carriera, ridicola. Non serve lavorare ovunque e per chiunque. Alla fine qualunque cosa tu faccia, se non hai nulla da parte, rimani solo con la gloria. E nello stesso tempo non si può ogni volta iniziare nuovamente da capo. E poi, quei giornalisti pensionati che ancora si ostinano a voler lavorare perché nella vita evidentemente non hanno altro, mi hanno fatto sempre un po’ pena.

Mi è capitato in tutti questi anni di condividere la mia esperienza e aiutare tanti colleghi e colleghe molto più giovani di me. Per quello abbiamo creato nel 2015 il War Reporting Training Camp. Per condividere e lasciare qualcosa. Per fornire elementi di base sulla sicurezza personale e su come comportarsi in aree sensibili. Per evitare di fare gli stessi errori che abbiamo fatto noi in precedenza, salvandoci per fortuna la pelle. L’unico esperimento del genere in Italia. Decine e decine di persone sono passate da lì: fotografi, giornalisti, cameramen, personale di Ong. E anche lì nessun aiuto è stato dato dalle istituzioni del mondo del giornalismo. Abbiamo sempre fatto tutto da soli, con le nostre forze.

In genere non mi sono pentito di aver dato una mano a tanti. Per alcuni, pochi, ho sbagliato. Il dovere di un giornalista è quello di raccontare sempre i fatti per quello che sono, e questo vale anche per la vostra vita. La vostra esperienza si baserà sul tempo che spenderete sul campo, non serve barare, gettare fumo negli occhi. Chi vale si saprà comunque distinguere dagli altri.

Ma non è un gioco a premi questo e non può diventare lo scopo della nostra vita. No.

Il karma esiste, ogni cosa che facciamo ha un peso e prima o poi si paga sempre il conto. Il nostro lavoro non ci garantisce di essere felici. Perché si rinuncia a molto altro, anche di importante, per portare tutto questo avanti. Toglie tempo agli altri e a noi.

Ho combattuto in questo mondo da freelance per diciassette anni. A breve compirò cinquant’anni e sono stanco. Il giornalismo è la cosa che so fare meglio e non so che altro fare, o meglio, so fare un po’ di tutto e so sporcarmi anche le mani, quando serve.

Ma è un po’ come quando ti innamori di una bellissima ragazza e anche se c’è qualcosa di forte con lei, tu ti rendi poco a poco conto che non potrai mai averla, perché con lei vivi un’illusione e ti continui a far del male accettando ogni volta nuove umiliazioni pur di non perderla. E prima o poi devi recidere quel legame. Anche se in maniera brutale.

Ecco, il momento di tagliare quel legame, di prendere almeno le distanze, è arrivato. Questo 2021 è stato un anno tremendo per molti versi. Troppi. Non so se rimarrò in un campo contiguo o farò altro, se sarà solo un periodo di pausa o per sempre, ma so che mi mi costa fatica restare in questo mondo lavorativo, adesso.

Roma stasera è avvolta da una insolita nebbia dopo una spettacolare giornata di sole. La nebbia avvolge persone e cose e smussa angoli e ricordi. Domani sarà un nuovo anno.

Auguri

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...