Bab el-Aziziya e altre storie

You have to look death in the face, and once you do, trust me, you’ll be free (The Sinner)

La fossa era già stata scavata il giorno prima. Il comandante della brigata era accanto alla madre. Erano tutti ragazzi, a parte lui. Molti piangevano. Il suo corpo era avvolto in un lenzuolo bianco. La sue sedia a rotelle, appoggiata al muro, non serviva più. Un proiettile sparato per errore da un amico lo aveva preso in pieno petto durante i festeggiamenti per la caduta di Bab el-Aziziya. L’ultima volta che lo avevo visto era disteso su dei cuscini, in una casa, mentre ci si preparava per la fine del digiuno. Era pieno di cibo, servito su vassoi messi in mezzo alla stanza. I suoi amici lo imboccavano e lui sorrideva. Il ragazzo tetraplegico che avevo incontrato appena arrivato a Souk el-Jumaa. Il suo essere storto, piegato, nella morte, nel sudario, lo faceva tornare uguale a tutti gli altri. Sul viso un sorriso tirato. Questo è avvenuto dopo la lunga battaglia per prendere il cuore di Gheddafi a Tripoli. Il simbolo del suo potere.

Un colpo al petto e uno alla testa, per finire il lavoro. Anche lì un lenzuolo bianco, i piedi che spuntavano fuori, la polizia, i lampeggianti blu. L’ha ricordato passando davanti al tribunale, lo scorso gennaio. Nessun colpevole. Milano, il mito del crimine, le periferie. Era il mondo accanto al suo. Sottili linee, qualcuno ci era passato attraverso, scavalcandole. Le scelte sbagliate spesso le paghi subito. L’aveva raccontato a lei, che non poteva capire, perché il suo mondo era ed è così fortunatamente lontano.

Respiri, afferri l’impugnatura della curl machine con le due mani, fletti gli avambracci portandola in alto. Espiri. I bicipiti si gonfiano. Ripeti per dieci volte. Mancano due ripetizioni, spingi fino all’esaurimento. Ti fanno male i muscoli ma continui stringendo i denti. Stacchi. Respiri.

Marte distrugge e incendia i campi per proteggere i tuoi confini, Venere sola lo placa.

Il muezzin chiama la preghiera. È l’alba. Abbiano dormito per terra in una casa vuota. È il terzo giorno che dormiamo dove capita. Fuori c’è già movimento di mezzi. Vi devo raccontare la tensione, la paura, di nuovo l’incontro con la morte, con i proiettili che fischiano in alto e noi che cadiamo l’uno sull’altro, inciampando, muovendoci con la massa di armati che cerca riparo sotto i portici della Piazza Verde. Ma non serve farlo. Spesso invece ridi, perché non hai cognizione fino a quando non finisci dentro nel centro del tornado e poi, quando tutto finisce, allora capisci.

Risaliamo sui mezzi, arrivando a un cavalcavia. È piano di cecchini, più avanti. Una tecnica torna indietro di corsa dopo avere sparato. Il mitragliere è accasciato, centrato da un proiettile. C’è sangue spalmato ovunque. Elio parte dietro i mezzi, io aspetto. Poi decido di muovermi. Gli RPG volano sopra la mia testa, sparano ovunque. E’ un inferno dei proiettili ed esplosioni. Non c’è posto per coprire, si deve e si può solo avanzare. Centinaia di persone armate si muovono da più lati della città verso i cancelli del compound. Mentre corro sul cavalcavia, pieno di sudore e polvere, mi fermo per riprendere il controllo del mio respiro in un edificio. La porta è sfondata. Entrano ed escono uomini armati. Due ragazzi mi guardano. “Allah ti protegge dai proiettili, non devi avere paura di morire”, dice uno di loro. Il mio Dio non è così sicuro e potente, vorrei rispomdere, ma accenno solo un sorriso. Poi apro lo sportello della telecamera. La batteria è quasi scarica. Merda. Mi ributto nell’inferno. Un gruppo di persone spara proiettili di mortaio da un cortile.

Chiudo gli occhi e focalizzo il mio pensiero verso terra. Devo fare pulizia in testa. Devo avere chiaro cosa sto facendo. Non riesco a chiamare da più di 24 ore, non funziona più la linea telefonica. I cancelli di Bab el-Aziziya sono stati devastati da una ruspa. C’è un fiume di persone che si riversa dentro, urla, spari, è il caos totale. C’è uno spazio verde, un grande prato da attraversare. La struttura dove Gheddafi riceva gli ospiti internazionali è in fiamme e poi appaiono le rovine del palazzo bombardato dagli americani nel 1986. Poco dopo ci sono gli alloggi dei militari. Depositi di armi, box, macchine. Riesco ad arrivare dall’altra parte del perimetro e c’è un giornalista francese che urla verso di me chiedendomi se posso fargli da cameraman. Il suo è stato colpito da un proiettile alla gamba e l’hanno evacuato. Ci sono dei cadaveri a terra e un uomo dalla pelle scura, in ginocchio. Gli puntano un fucile alla testa. Viene legato e portato via. Ritrovo Elio, vicino al muro dell’ingresso. Ci facciamo scattare una foto mentre la battaglia prosegue fuori, verso il quartiere vicino.

E’ finita. Dopo ore di combattimenti, Bab el-Aziziya è caduta.

Ricominci questa volta con le croci ai cavi bassi. La rabbia diventa combustibile, oltre alla forza, per portare a termine ancora e ancora una volta ogni esercizio, aumentando i carichi. Il petto si gonfia lungo linee segnate. E’ tutto qui, nulla di alchemico, segreto, irraggiungibile. E’ il motore dell’umanità, giacimento inesauribile di potenza. Nessuna risposta. Nessuna spiegazione. Tutto questo lo fai solo perché più la tua forza cresce più allontani da te il tempo che non hai potuto recuperare.

E’ un talismano.

Prima era ambizione. L’ambizione ti acceca. Hýbris è superbia, prevaricazione. L’ambizione porta solo a infiniti gradini da superare che non finiscono mai bruciando tutto quello che si ha intorno. Chi è troppo ambizioso, chi vuole primeggiare ad ogni costo e con ogni mezzo, spesso è profondamente vulnerabile. Ma non si può recuperare attraverso il riscatto ciò che si è perso per sempre. Persone che non ci sono più, sconfitte, anime smarrite lungo la strada. L’ambizione non può essere lo scopo dell’esistenza.

Anni fa ero in mezzo al Golfo Persico, sospeso sulle acque, fermo per settimane nello stesso luogo. Aspettavamo un nemico che non arrivava mai. Avevo un romanzo con me, che ho letto più volte nelle lunghe interminabili ore di veglia, indifferenti al giorno e alla notte: Martin Eden di Jack London. Lo trovavo così uguale prima e poi l’ho trovato così attuale nel recente passato nel rivedere traiettorie simili.

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