Pioggia

A Roma sta piovendo. Beh, è anche normale direte, siamo a metà novembre. Un anno fa il tempo in questo periodo credo fosse migliore. Freddo ma niente pioggia, o almeno così mi pare di ricordare. Stavo in Emilia, sui colli bolognesi. C’era una strada sterrata che scendeva verso un fiume, per qualche chilometro, poi un ponte di pietra e una cava. Le cave mi hanno sempre messo una profonda tristezza. Ce n’era una vicino a dove abitavo, a Milano. Luoghi dove vai a pescare pesci affamati che abboccano per forza. Uno ‘sport’ crudele per sfigati e pensionati, la pesca in cava. Un passatempo per coglioni.

L’unica cosa interessante di quel luogo era il bar. Sembrava uscito dagli anni ’60. L’arredamento, le fotografie, le insegne pubblicitarie. C’era anche l’etilista, come pezzo di design di arredamento, che alle dieci del mattino era già piazzato al tavolino con il suo bianco in mano. Non c’era nient’altro intorno. Una cascina e colline a perdita d’occhio. Un paese in lontananza, a chilometri di distanza. Il casale faceva parte di un gruppo di case ristrutturate che anni prima era stata una frazione di qualche altro borgo contadino intorno. Era rimasto un cartello segnaletico. Le strade ormai ricoperte di foglie e dai colori dell’autunno. Intorno un manto verde.

Il tempo scorre velocemente. A volte è il consumarsi di una sigaretta.

Foto di Michele Cirillo

Quando piove, mentre scrivo, ho un bicchiere di vino come fedele compagno di viaggio. Quello che ho davanti lo ha preso Michele quando siamo tornati da Sabaudia, dove siamo andati a intervistare degli indiani per un reportage per El Pais. Anche stavolta non siamo riusciti a sfuggire, quando siamo arrivati al tempio sikh, al loro bicchierone di tè bollente al latte, zuccheratissimo e speziato al cardamomo. Le campagne dell’Agro Pontino sono tutte uguali. Linee piatte all’orizzonte per chilometri, interrotte solo dal rilievo del Circeo. Monotone strade rette che si intersecano regolarmente con altre strade rette e che portano a luoghi simili dai nomi simili: Borgo Carso,  Piave,  Grappa, Borgo Montello, Borgo Isonzo, Borgo Hermada. Nomi che riportano a regioni differenti, lontane, e a guerre combattute ai nostri confini durante la Prima Guerra Mondiale. Campi, case coloniche, ancora brutte case. Ancora campi. L’unica cosa bella è il mare a pochi chilometri di distanza. E loro, gli indiani, oltre trentamila, con le loro biciclette e i loro turbanti, un piccolo esercito silenzioso di braccianti.

Questa volta è stata ammazzata una persona. Una brutta storia che si svolge all’interno della comunità indiana e che è complessa, dove equilibri, potere e intrecci criminali si sovrappongono.

Tra un paio di settimane andremo a Caserta, per raccontare un’altra storia. Questa volta una confraternita sufi senegalese legata anche qui a un contesto di lavoro e di immigrazione. In entrambi i casi comunità accomunate da uno stile di vita improntato su un’etica del lavoro che richiama, per certi versi, il protestantesimo. Ma a volte l’impatto con realtà dure e difficili cambiano le persone. Spesso non in bene.

Uno dei temi che più mi hanno affascinato nei miei viaggi e nei mie lavori, in questi anni, è stato quello della spiritualità. Nel 2008, viaggiando da solo in Iran, ho incontrato gli zoroastriani nella città di Yazd. Sono entrato in un tempio scavato nella montagna. Eravamo io e una turista canadese, anche lei in viaggio da sola. Nessun altro. Il ricordo di un suono e di un canto che ho sentito solo io, guardando il panorama della vallata sottostante dall’interno del tempio. Una delle esperienze più forti è stata a Qom, varcata la soglia del santuario di Fatima bint Musa. Mi sono lasciato trascinare dall’onda umana che entrava, di notte. Ho seguito i loro passi, quasi scomparso, immerso nella folla, in quella enorme, lunghissima processione, fino ad arrivare alla sua tomba, toccandola. Tantissimi luoghi ed esperienze che meriterebbero, forse, storie a parte. Come la valle di Lalish in Iraq.

A volte fermarsi in un luogo e pensare di sparire lì, in mezzo al nulla.

A Mbour, una sera, ho parlato con un sufi indiano che era venuto in Senegal per incontrare un marabutto. Abbiamo discusso di Guenon, di spiritualità, di gradi di conoscenza. Un discorso surreale. Una porta metafisica, un incontro tra Oriente e Occidente. Portava con sé un bagaglio di conoscenze vastissime. Chissà chi era, oltre quello che mostrava.

La pioggia riporta ad un altro luogo: ai primi temporali sul lago, a settembre, a segnare la fine della stagione estiva. L’odore di erba umida. L’odore forte dell’acqua lacustre.

Per ogni goccia che cade c’è riflesso qualcosa in essa, prima che tocchi terra.

Le matin j’écoutais
Les sons du jardin
La langage des parfums
La langage des parfums
Des fleurs

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