La stanza

Iniziò a singhiozzare con sempre più frequenza. Non riusciva a deglutire. Eravamo a tavola quando le venne un attacco. Questo lo ricordo, come ricordo che fumava Muratti bianche. Ogni tanto le fregavo dal suo pacchetto. Non che mi piacessero particolarmente: preferivo le Ms o le Chesterfield senza filtro a quei tempi e le sue erano troppo leggere, per i miei gusti. Aveva un accendino Du Pont lacca di Cina blu. Inizialmente non prese seriamente la cosa. Non la prese nessuno seriamente, nemmeno il vecchio medico di base. Le aveva detto che poteva essere una forma di stress nervoso o altro. I medici spesso non capiscono un cazzo o, a volte, sono solo stanchi del loro lavoro e sono uomini o donne che hanno perso confidenza in loro stessi e nel loro compito, se mai ne hanno avuto uno.

Quando finì in terapia intensiva credo fosse già dopo l’operazione all’esofago. La andai a trovare una volta sola, in quel luogo. E sono ancora convinto oggi che lei mi parlò anche se dalla bocca non uscirono suoni, era così debole e persa e impaurita, ma io lessi le labbra e mi disse “Aiutami a morire” o “Voglio morire”.

Poi tornò a casa e rimane diversi mesi, la maggior parte del tempo a letto, attaccata a una macchina che la nutriva attraverso un sondino nello stomaco. Buste di papponi biancastri. Era silenziosa. Dalla sua stanza non arrivava mai nessun rumore. Ogni tanto mi chiamava, sì, questo lo ricordo adesso, mi chiamava e voleva un abbraccio o che stessi con lei un po’ per parlare e raccontarle quello che avevo fatto.

Non ricordo l’iter della malattia. Per quanto mi sforzi ho poche instantanee dai contorni sfocati. Per quanto mi sforzi, non ho sensazioni, non ho dolore. Tabula rasa.

“Lei non se lo poteva permettere, il dolore”, dice la voce alle mie spalle, mentre sono sdraiato sulla chaise longue.

Altra instantanea. Due libri sul comodino, insieme a scatole di medicinali e antidepressivi: uno era ‘Il gabbiano Jonathan Livingstone, l’altro era un libricino che immagino leggesse spesso, ‘Il libro tibetano dei morti’. Credo che glielo avesse regalato una sua amica, anche lei reduce da un cancro al seno. Ho il ricordo di quella stanza che sapeva di corpo in consunzione.

La andai a trovare un pomeriggio e poi uscì e a piedi passai Parco Solari e mi diressi sui Navigli. Probabilmente era un sabato. E sicuramente finii a bere in un bar in Corso di Porta Ticinese, come sempre. E’ l’unica visita che ricordo: una stanza bianca e la luce del sole che entrava dalla finestra. E poi mi ricordo una mattina presto. Era maggio.

So che era maggio perché ho letto la targa di bronzo di una poesia che le scrissi e che venne apposta sulla lapide. C’è scritto 24 maggio 1997. Quella mattina mio padre mi svegliò e svegliò mia sorella che dormiva nella stessa mia stanza e disse di alzarci e di prepararci. Disse qualcosa tipo: “la mamma è morta, alzatevi”. Quando mi toccò la spalla non lo guardai. Sentii la sua voce. Credo piangesse. La voce rotta dal dolore. E poi uscimmo.

Non la vidi. non volli vederla. Aspettai in macchina.

Non ricordo più nulla fino alla funzione in chiesa, uno sprazzo di ricordo, uno schizzo a tempera su una tela bianca, dove la gente veniva, salutava e abbracciava e poi quella targa di bronzo. Quella poesia che credo scrissi qualche giorno prima dei funerali, da dare al marmista. Mi chiesero di scrivere qualcosa. E io scrissi. E credo che sì, che piansi mentre scrivevo, da solo in stanza, e quella è stata penso l’unica volta. Non mi ricordo quando ho smesso di provare dolore e quando ho smesso di pensare a lei. Così come non penso a mio padre a mia sorella.

Io non ho mai potuto permettermelo.

Vedo altre persone soffrire a distanza e un po’ le invidio, invidio chi ha un ricordo che possa generare mancanza, sentimenti, anche dolore a volte, senso di perdita. Io non provo nulla. Non ricordo mai lei e quando guardo una sua foto, e raramente le guardo, non ho nulla dentro che si muove. Non so la sua data di nascita. Non la ricordo.

So che quando è morta aveva 49 anni e io 25.

Quarantanove sono gli anni che porto addosso, almeno ancora per poco.

L’accendino Du Pont laccato . Ultimamente l’ho fatto riparare ma non l’ho mai usato. Sta lì, in fondo al cassetto della scrivania, dentro una bustina di plastica trasparente.

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