Il viaggio

Camminando sugli Appennini, lungo la via Francigena, in solitaria, in mezzo a boschi e altopiani. Un viaggio durato una settimana circa, la maggior parte del tempo senza quasi mai incontrare nessuno durante il percorso. E’ l’agosto 2009. Avevo bisogno di camminare e pensare, di fare ordine nella mia vita, come sempre. Un viaggio di circa 130 chilometri. A Pontremoli incontrai, in un convento, due ragazzi inglesi che erano partiti dalla Svizzera. Era il loro anno sabbatico finita l’università. Mangiavamo formaggio e pane, tagliato grossolanamente con un coltello, camminando spesso in silenzio, come pastori erranti con le loro greggi. Ogni tanto coglievamo della frutta quando passavamo attraverso i poderi. Loro sono poi arrivati a Roma prendendo l’indulgenza, io mi sono fermato su una spiaggia di Massa. Per me era sufficiente fare pari e patta col diavolo.

Ho sempre amato la montagna. Mi piaceva percorrere sentieri, scoprire nuovi luoghi, sdraiarmi accanto a un albero e sentire il rumore della natura, lo sguardo perso nel cielo. Il vento tra le foglie. A volte in lontananza veniva trascinato l’eco della civiltà. Rumori indistinti. Sempre o quasi in solitaria. Non è consigliato farlo, la natura è mutevole. Devi conoscerla, rispettarla, capire il tempo. E può succedere qualsiasi cosa. Ma ho sempre preferito il silenzio. In coppia o in gruppo sei spesso costretto a parlare e perdi i suoni della natura. Perdi il potere della meditazione. Rischi e benefici. Ci sono stati casi nei quali ho perso il sentiero, altri nei quali ho creduto di vedere la mano dell’uomo, uno scherzo della natura per portarmi ancora più a fondo e poi farmi perdere.

Sui monti Prenestini sono dovuto entrare in un fiume, unica ‘strada’ percorribile sulla cartina, dopo aver attraversato un roveto. La risalita era impossibile. Sulla Francigena del Sud per sbaglio una volta sono finito all’interno di una segheria, in mezzo al nulla. Sei grossi cani da guardia mi sono arrivati addosso ringhiando e abbaiando. Non c’era modo di scappare. Ho fatto l’unica cosa possibile: mi sono messo in ginocchio immobile e mi sono lasciato annusare. Poi, lentamente, sono salito su un caterpillar, mettendomi sul tettuccio. E ho aspettato.

Si trovano sempre sorprese particolari, nei boschi. Sul passo della Cisa, in uno dei tanti stop per riprendermi dal caldo agostano, vicino a un grosso sasso c’era a un legno piantato nel terreno. Attaccato al legno una corda. Era sepolta, in una busta di plastica, una lettera. Una lettera d’amore, una confessione segreta di un’adolescente. Una promessa che per la persona che scriveva e che si era firmata con nome e cognome, doveva essere eterna. Ma niente è eterno. Anch’io avevo fatto una cosa simile, anni prima. Era il 1990, in Valle D’Aosta. Avevo seppellito una lettera. Lei non voleva più parlarmi, e allora le avevo scritto, consegnando però alla terra la mia missiva. Forse qualcuno, come io ho trovato quella lettera sulla Cisa, ha trovato la mia.

Il cammino inevitabilmente cambia le persone. Metafora della vita. Camminare lentamente, su un percorso, porta a riflessioni. Ti fa rientrare nell’alveo di una dimensione a misura d’uomo, dove non esistono mezzi, tecnologia, dove esisti solo tu e il mondo intorno, dominato dal sole e dalla luna. Cicli naturali. Non serve forzare il passo. Ti fa conoscere il tuo respiro. E il tuo respiro si fonde con il respiro degli alberi, degli uccelli, della terra che calpesti.

Ho smesso da qualche anno il cammino lento, a piedi. Ma ho continuato a viaggiare con altri mezzi. Per me viaggiare è sempre stato un momento catartico. Muovermi verso luoghi sconosciuti, vedere e sentire colori e odori diversi dai colori e dagli odori ai quali ero abituato. Ascoltare lingue e dialetti differenti. Il viaggio se fatto in modo cosciente, è sempre una sfida verso noi stessi. Un viaggio interiore oltre che quello esteriore, fisico.

Ci sono persone che devono viaggiare per mettersi alla prova. Altre che viaggiano sempre da sole, entrando così per forza di cose in contatto con il mondo circostante nel quale si muovono. Perdersi negli altri. Muoversi come tutti si muovono in luoghi dispersi. Diventare nulla e nello stesso tempo un tutt’uno. Su pullman scassati dentro foreste intricate. Nei deserti. La curiosità del mondo dentro occhi che ancora riescono a stupirsi.

Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare. Darsi tempo, stare seduti in una casa da tè a osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l’amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro d’umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare“, scrive Terzani in ‘Un indovino mi disse’.

Ma devi avere il tempo per farlo, il viaggio deve essere libero, e non tutti hanno la possibilità di farlo, sia per mancanza di tempo, sia per questioni economiche.

Nei miei viaggi di lavoro spesso ho solo assaggiato la diversità del mondo intorno a me. Quando hai un tempo limitato e programmato, hai poca possibilità di manovra. Non riesci ad entrarci pienamente, non hai quel ‘camminare lento’ che ti serve per entrarci in sintonia. Devi correre da una parte all’altra. Mi piace però cercare sempre qualcosa legato al mistero, alle divinità, al credere, sotto qualsiasi forma esso si presenti. Mi è sempre interessato il rapporto tra uomo e soprannaturale. Ci sono luoghi magici, aree piene di energia non definibile se non con un contatto con il sacro. Il bosco dei Rodnovery, i pagani slavi in Donbass, è stato uno di quelli. Il villaggio sacro di Lalish degli Yazidi in Iraq. Il bosco dei macumbeiri e degli Umbanda a Rio de Janeiro, Il tempio di Chak Chak degli zoroastriani in Iran, sono alcuni di questi. Entrare di notte, mescolato alla folla, invisibile, nel santuario di Fatima bint Musa nella città santa di Qom, ripetere gestualità ripetute da centinaia di anni da milioni di persone. Il flusso della storia e della religione fusi in unico attimo.

Il viaggio in Iran è stato uno dei pochi che ho fatto in solitaria, insieme alla via Francigena, incontrando altri viandanti, come me, sul mio cammino. Una ragazza canadese, una coppia di inglesi dai capelli bianchi, su un vecchio Defender, insieme a un levriero afgano. Bianco come loro. Al tempio di Chak Chak non c’era nessuno, a parte un sacerdote di Zoroastro, che si è subito eclissato appena aperto il pesante portone. Davanti, una valle solitaria, desertica. Sarei potuto sparire, come il vento.

Ci sono persone che viaggiano solo per muoversi in vacanza con altre persone. Ci sono Persone che viaggiano per lavoro, altre per curiosità e ricerca spirituale. Altre ancora solo per farsi vedere. Sono solo loro, spesso, al centro delle fotografie. Altri lo fanno per piantare bandierine, per attaccare una toppa in più al loro zaino. Ci sono tanti modi di viaggiare, fisicamente e spiritualmente. Altre persone ancora viaggiano solo mentalmente. E poi ci sono anche persone che non viaggiano e basta.

Da ragazzo leggevo Kerouac e mi immaginavo come sarebbe stato viaggiare sulla Route 66, passare in luoghi sperduti con una vecchia decappottabile, fermarsi in stazioni di servizio isolate, vedere sfrecciare i pullman Greyhound carichi di umanità in movimento. Dormire nei motel, entrare in bar aperti la mattina già con i loro avventori piantati su uno sgabello. I sogni di Bunker Hill di John Fante, il vecchio ‘Hank’ Bukowsky sulla sua macchina scassata. I vagabondi sui treni di Nelson Algren.

Algren come gli altri, conosceva bene i bassifondi delle città. Chi camminava sul lato sbagliato della strada. ‘L’uomo dal braccio d’oro‘, interpretato da Frank Sinatra e Kim Novak. Frankie, il giocatore professionista di poker, eroinomane, che cerca una via di fuga nell’amore con una entraîneuse. E’ stato il primo film di una major sulla tossicodipendenza dall’eroina, tema proibito ai tempi.

Su Algren c’è il mondo, come c’è il mondo sulla sua storia d’amore con Simone de Beauvoir

La via della seta di Colin Thoubron, gli sciamani di Ulan Bator di Tiziano Terzani, le traversate continentali a piedi di George Meegan, l’America perduta di Bill Bryson, il viaggio in Patagonia di Bruce Chatwin e tanti altri.

L’immaginario è pieno di uomini e donne in viaggio da qualche parte. In macchina, a piedi, in treno, con mezzi di fortuna o su voli aerei. Chi per piacere, chi per dovere, chi per dolore, chi per colmare qualcosa dentro.

Mappe aperte, immaginarie o reali, tratte da libri a cui qualche viandante prima di loro ha dedicato la prima pagina, alla ricerca di un nuovo mondo ancora da scoprire.


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...