Saretta

La vecchia puttana è ferma
davanti al supermercato
Ti saluta, i denti rovinati
Una riga di rimmel
sbava i suoi occhi stanchi
Tre decenni a battere
Una cucina senza gas
Una casa senza sogni
Aspetta e sorride
Una scatola di fagioli
e sorride

Saretta ha fatto la vita per buona parte della sua esistenza. Nelle notti di San Saba, prima, e poi nei pomeriggi alla panchina dietro le mura, insieme alla filippina zoppa e al trans che ti saluta ammiccando ogni volta che passi in macchina. Sembrano comari che chiacchierano stancamente in attesa di passare il pomeriggio insieme a quel grosso cazzo di gomma nero che qualcuno, chissà perché, ha dimenticato un giorno per strada a bordo marciapiede.

Saretta porta sempre un trucco pesante e quando la guardi ti ricorda uno dei Kiss o una vecchia mummia egiziana. E’ estremamente magra, i capelli neri impiastricciati all’indietro con la lacca. Prima portava calze a rete su due gambe ossute, senza carne, disegnate lentamente dalla varicosi. A suo modo, a metà tra un quadro di Otto Dix e una groupie cadavere, ha una reminiscenza di qualcosa che un tempo, forse, aveva un che di lontanamente piacevole e vivo, al primo sguardo.

Da un po’ non batte più e si mette ogni mattina davanti al supermercato, in attesa. E non ti chiede nulla. Tutti nel quartiere la conoscono. In questo borgo del centro di Roma dove le classi sociali non sono mai state così vicine. Cambiano da un palazzo all’altro. Qui abitano registi e attori, operai, diplomatici, borghesi, funzionari Fao e gente ai domiciliari.

Lei sta davanti all’ingresso, prima della rampa di discesa, sorride e ti saluta. Io ogni tanto la evito, mi mette in imbarazzo perché poi le devo chiedere se le serve qualcosa. Non so perché la eviti. Ma a volte faccio il giro ed entro dalla via laterale.

Accetta scatolame, biscotti, niente roba da cucinare. Mi piacerebbe conoscere la sua storia. Qualcosa ho raccolto dai racconti di una anziana del condominio. Qui tutti conoscono vita, morte e miracoli di ognuno. I borghi di Roma sono così.

A me ha sempre dato fastidio anche incontrare una persona nell’androne, quando stavo a Milano. I convenevoli. Se vedevo qualcuno scendere le scale prima di me ed entrare nel portone rallentavo, calcolando il tempo che sarebbe servito per chiamare l’ascensore ed arrivare al piano. Poi entravo.

Le colleghe di Sara rimangono in attesa sulla panchina. Ogni tanto ne appare una nuova. Facce stanche, età avanzata, corpi grossi, gonfi, dimenticati dalla giovinezza. Sono puttane ampiamente sopra i cinquanta, solitamente. Ci vuole stomaco per farci sesso. La clientela è quella dei tempi che furono. Uomini sulla sessantina, in genere. Rottami pure loro. Vecchi amici di letto a pagamento. Chissà quante confidenze hanno raccolto, in tutti questi anni. Prima c’era pure un magnaccia che spesso si addormentava in macchina e che aveva un paio di donne dell’est Europa piazzate poco distante.

Eppure stanno qui, dove a pochi metri di distanza si trova una delle più belle zone di Roma, in questo spazio compresso tra le Terme di Caracalla e l’Aventino, tra chiese millenarie e targhe di caduti durante l’occupazione nazista o in una delle due guerre. A pochi passi dalla villa dove visse Alberto Sordi e dalla casa di Vittorio De Sica.

Qui batteva Cabiria*. Sull’Aventino il luogo dove Oscar la portò per una passeggiata.


*‘Le notti di Cabiria’ di Federico Fellini (1957). Cabiria è una prostituta. Il giardino degli aranci si trova sull’Aventino, dove c’è il famoso ‘buco della serratura’ dal quale si vede il cupolone di San Pietro. Lì va a passeggiare con Oscar. Il luogo dove batte Cabiria invece, è alle Terme di Caracalla.

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