Un uccello azzurro

Nella scrittura si trasmettono sensazioni ed emozioni: turbamento, dolore, felicità, ansia, speranza, delusione. Un ventaglio colorato. Un colore per ogni effetto caleidoscopico sul nostro animo. Un colore per ogni reazione. Come un timbro di voce che ti penetra come una lama facendoti surriscaldare la colonna vertebrale.

Empatia, entrare in sintonia, mettersi nei panni dell’altro. Percepirlo. O solo un disperato tentativo di stabilire un contatto, punti di comunicazione, condivisione. Un modo per non rimanere isolati. 

E’ estremamente difficile per molti esprimere determinate emozioni in maniera trasparente, di persona, è più complicato per chi ha dovuto affrontare il dolore e in qualche modo non ci ha mai fatto i conti. Non elaborarlo ma chiuderlo da qualche parte. Richiede pazienza, impegno e mettersi in gioco con sé stessi e con gli altri. Spesso si utilizzano maschere. Un lavoro tremendamente faticoso e difficile. Meglio scrivere. Il sorriso lascia spazio a interrogativi dietro ai quali, quelle maschere, solo nell’ombra, cedono. Una irrequietezza che ha radici così lontane da averne perso le sue origini nel tempo. 

Quello che esce dalla nostra penna o scritto su una pagina word, in fondo è lo sgorgare della nostra anima che si imprime sul reale, sul presente.  E una storia ascoltata da qualcuno perso nel tempo e nello spazio ci riporta, per empatia e similitudine, al nostro passato. Del perché a un certo punto il vetro che hai tirato su e che ti separa dal mondo si incrina, si crepa, e di come cedi ma è solo un attimo, e attraverso un tentativo di elaborazione di tutti quei dolori, capisci.

Ma poi il meccanismo ritorna. Tutto torna impermeabile. Non si cambia così dopo decenni di abitudini e dinamiche sempre simili. Adesso però ne sei cosciente e ti chiedi se è normale non lasciarsi trasportare dalle emozioni. Ma è una lama a doppio taglio.  

C’è una poesia di Charles Bukowsky intitolata “Bluebird” (L’uccello azzurro) una delle più belle poesie che lo ‘zio Hank’ abbia scritto. Gusti personali, ma è una sorta di manifesto collettivo che fa cinguettare tutti gli uccelli azzurri tenuti nascosti da quei veri uomini duri che sono stati forgiati dalle esperienze della vita. E che alla fine sono quelli più sensibili, quando lasciano uscire dalla gabbia quel piccolo uccello

Ho registrato questa traccia con il mio nuovo microfono Rode Nt1-A.

Perchè scrivere di questo aiuta a ricordarci che siamo solo esseri fragili. E che dovremmo essere capaci di perdonarci per come siamo, essere meno severi con noi stessi e perdonare. Ma non nel senso cristiano del termine. Non è il perdono biblico. E’ l’unico modo per conservare della nostra vita solo le cose belle e pure successe fino a quel dato momento. 

Quando ti ritrovi davanti a una perdita, torna la tua distanza tra te e il resto del mondo. Così succede quando ti ritrovi adesso davanti a un lutto di una persona cara. Non sai esprimerle quanto ti dispiace.

A volte basterebbe un abbraccio. 

A volte non servirebbe neanche parlare ma solo stare vicini, in silenzio, a qualcuno che sentiamo, e sappiamo, che ha bisogno di noi.

E il velo di tristezza che ha sugli occhi lo faresti sparire, se potessi. Perché non meritano tutto questo.

Ma sai solo scriverlo, con il tuo bicchiere di whisky accanto. 

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