Never look back

Ogni tanto serve tirare le somme. Dopo quasi due decenni di giornalismo i pensieri e le riflessioni sono sempre più incalzanti, sul che fare, come lavorare, quali prospettive e alternative si stanno aprendo e tanto altro. Soprattutto dopo quest’anno, che per una serie di motivazioni esterne e altre personali, ha cambiato molto la mia vita. Per alcuni versi è stata una tabula rasa. Un ripartire. C’è il lato professionale e la volontà di continuare che ancora deve essere ricalibrata, perché ultimamente spesso sono mancate la passione e mancate le energie, a volte. Il mondo è cambiato e così è cambiato il mondo del giornalismo. Se ti passa la voglia è più dura stare sul mercato. Fai il minimo che ti serve, senza sbattimenti. Ma non mi lamento. Ho raggiunto buona parte dei miei obbiettivi. Volevo lavorare sugli esteri e l’ho fatto, volevo pubblicare su testate nazionali e l’ho fatto. Sto finendo un film di inchiesta per me importante, un lavoro di due anni. E qualsiasi cosa succeda, lo finirò. Il resto non conta.

Non tengo nulla o quasi di tutto quello che scrivo o produco. Ho buttato via riviste, articoli, ritagli di giornale, cancellato archivi. 

Odio guardare indietro.

Non c’è nulla di cui mi possa lamentare, se non per il fatto che forse, con un altro carattere, sarei arrivato anche oltre. O forse no. Ma non si può cambiare il proprio atteggiamento verso il mondo e il proprio spirito critico. Lo si può migliorare, certo, e correggere, ma i metri di giudizio sono intangibili. E per me esistono parole come la lealtà e il rispetto che hanno un significato preciso. La lealtà verso gli altri e verso sé stessi, soprattutto, e l’onore, che sembra una parola desueta oggi, ma che è quello che ti dovrebbe far guardare allo specchio senza farti provare vergogna per i tuoi atteggiamenti, azioni o perché non hai mantenuto fede alle promesse fatte.

Quando hai solo il tuo nome da spendere sul tavolo da gioco, lo devi onorare, è l’unica carta buona che hai in mano

Tante persone cambiano a seconda di chi si trovano di fronte, altre sono disposte a vendersi per fare carriera. Pongono quella davanti a tutto. Che non vuol dire essere tout court una puttana, ma adattarsi agli altri e in qualche modo sfruttare chi hai accanto per raggiungere il tuo obbiettivo. Qualcuno lo chiama opportunismo o cinismo. Entrambi legano e insieme in una persona, uniti alla determinatezza, sono molto pericolosi. Ho incontrato anche persone del genere in questi anni. A volte i brocchi vengono scambiati per cavalli da corsa. Ma fortunatamente ho trovato anche tante persone pure che non sono interessate a diventare qualcuno ma piuttosto a lavorare e a lavorare bene. Il resto non conta. Perchè sempre, ogni mattina, la faccia che vedi davanti allo specchio è la tua

In questo periodo ho avuto modo di verificare anche l’affetto e la vicinanza di molte persone. A volte basta solo un messaggio o un gesto. Non serve altro. Non serve il tempo, per farlo. Serve la volontà. E sentire i messaggi audio o scritti di affetto e vicinanza di diversi colleghi, di generazioni diverse dalla mia, persone più giovani che in qualche modo ho contribuito a far emergere o a cui ho dato consigli, indirizzi o solamente ho seguito nel loro percorso, instaurando un rapporto di amicizia o di condivisione, ecco quello mi ha emozionato. Non mi sono mai tirato indietro, ho sempre condiviso la mia esperienza, i miei contatti, sempre dato quello che avevo accumulato nel tempo. Per me era importante condividere una idea di giornalismo basata sulla serietà e sulla professionalità, sull’onestà nel raccontare storie e fatti. Mantenere una obiettività. Non apparire, evitando l’egocentrismo e il narcisismo. Non vendersi. Sembrano parole buttate al vento, per alcuni, perché la smania che hanno di emergere mangia tutto, ma per molti altri ancora queste parole hanno un valore.

E sono loro il futuro.

Il valore. Altra parola desueta. Che non è solo quello di una moneta o di un bene, ma la misura non comune di una dote morale e intellettuale. Il valore, l’intuito, la lealtà a sé stessi, il rispetto della propria professione, tutto questo fanno di una persona u (o una) grande giornalista. E non importa dove scrivi, se nel giornale di provincia o in quello in cima alle vendite nazionali. L’importante è chi sei tu e come ci sei arrivato per essere quello che sei. Senza sotterfugi, inganni, bugie, scorciatoie. Senza agganci politici. Non si diventa grandi giornalisti, di animo e di dote, nelle scuole. Serve prima l’attitudine, la predisposizione. Se non ce l’hai non vai da nessuna parte e se ci vai lo fai utilizzando i mezzi citati qui sopra. Mezzi, non doti.

Le storie le puoi raccontare in mille modi, ma prima devi trovarle, devi intuire cosa sta avvenendo e intercettarlo. Devi scovarle, le storie. Devi sentirne l’odore. Serve il naso e l’acume, non la spregiudicatezza. Quella è roba da stronzi, che a volte paga, ma poi rimane attaccata alla pelle e non te levi via più. Gli spregiudicati non trovano storie. Le sottraggono agli altri perché arrivano prima come cani sull’osso, o si attaccano ad altri usando anche metodi non convenzionali, usando sé stessi come mezzo per arrivare a qualcuno o qualcosa.

Per essere bravi a scovare storie e a raccontarle, devi avere anche avuto una vita intensa dove a volte la distinzione tra reale e immaginario non c’è, dove quello che hai vissuto e le situazioni che hai visto sono talmente uniche che pochissimi possono dire di averle vissute o forse le hanno viste in un film. Così sai riconoscere quelle uniche degli altri e sai bene dove infilare le mani nella merda, se necessario. Altrimenti fai il topo da inchiesta, quello che legge le carte e incrocia i dati, che è la versione moderna del topo di biblioteca. Il topo non ha bisogno di una vita vissuta, il topo è lineare e ha una vita senza scossoni, generalmente. Anche quello serve. Il topo è metodico e consegue i suoi risultati.

Poi ci sono i ricercatori di adrenalina, questi sono i più pericolosi. I ricercatori di adrenalina vogliono infilarsi apposta in situazioni limite perché si eccitano nel farlo. Ogni situazione limite per loro è altamente eccitante, che sia privata o professionale. Il problema è che sono pericolosi per sé e per gli altri e non si accorgono quando passano quel limite.

In un mondo dove si identifica il giornalista con il personaggio dello spettacolo e dove le pagine facebook e instagram raccontano egocentrismo e narcisismo, che poi sono il vuoto interiore massimo, ecco, tornare a essere soltanto dei bravi artigiani della parola, del suono e delle immagini, e niente altro, nessuna primadonna o artista, ecco quello per me, se lo vedo in un altro o in un’altra, quello è già una vittoria.


Every now and then it is necessary to take stock. After almost two decades in journalism, thoughts and reflections are increasingly pressing, on what to do, how to work, what prospects and alternatives are opening up and much more. Especially after this year, which for a number of external and personal reasons has changed my life a lot. In some ways it has been a clean slate. A fresh start. There is the professional side and the will to continue, which still needs to be recalibrated, because lately I have often lacked passion and energy. The world has changed and so has the world of journalism. If you lose the desire, it is harder to stay on the market. You do the minimum you need to, without any hassle. But I’m not complaining. I have achieved most of my goals. I wanted to work on foreign affairs and I did, I wanted to publish in national newspapers and I did. I’m finishing an investigative film that is important to me, a two-year job. And whatever happens, I will finish it. The rest doesn’t count.

I don’t keep anything or almost anything I write or produce. I throw away magazines, articles, clippings, delete archives.

I hate looking back

There is nothing I can complain about, except for the fact that perhaps, with another character, I would have gone even further. Or maybe not. But you cannot change your attitude towards the world and your critical spirit. You can improve it, of course, and correct it, but the yardsticks of judgement are intangible. And for me there are words like loyalty and respect that have a precise meaning. Loyalty towards others and towards oneself, above all, and honour, which seems like an old-fashioned word nowadays, but which is what should make you look in the mirror without making you feel ashamed for your attitudes, actions or because you have not kept your promises.

When you only have your name to spend on the table, you have to honour it, it’s the only good card you hold.

There’s nothing I can complain about, except for the fact that perhaps, with another attitude, I would have gone even further. Or maybe not. But you cannot change your attitude towards the world and your critical spirit. You can improve it, of course, and correct it, but the yardsticks of judgement are intangible. And for me there are words like loyalty and respect that have a precise meaning. Loyalty towards others and towards oneself, above all, and honour, which seems like an old-fashioned word nowadays, but which is what should make you look in the mirror without making you feel ashamed for your attitudes, actions or because you have not kept your promises.

When you only have your name to spend on the game board, you have to honour it, it’s the only good card you have in your hand

A lot of people change depending on who they are faced with, others are willing to sell themselves to get ahead. They put that in front of everything. That does not mean being a whore, but adapting to others and somehow exploiting those around you to achieve your goal. Some call it opportunism or cynicism. Both bind and together in a person, combined with determination, are very dangerous. I have also met such people over the years. Sometimes dullards are mistaken for racehorses. But fortunately I have also found many pure people who are not interested in becoming someone, but rather in working and working well. The rest doesn’t count. Because every morning, the face you see in front of the mirror is your own.

In this period I have also been able to verify the affection and closeness of many people. Sometimes all it takes is a message or a gesture. Nothing else is needed. You don’t need time to do it. It takes will. And hearing the audio or written messages of affection and closeness from various colleagues, from generations other than my own, younger people whom I have somehow helped to bring to the fore, or to whom I have given advice, addresses, or just followed along their path, establishing a relationship of friendship or sharing, that has moved me. I have never shied away, I have always shared my experience, my contacts, I have always given what I had accumulated over time. For me it was important to share an idea of journalism based on seriousness and professionalism, on honesty in telling stories and facts. To maintain objectivity. Not to appear, avoiding egocentrism and narcissism. Do not sell yourself. For some, these words seem to be thrown to the wind, because the urge to emerge eats away at everything, but for many others, these words have a value.
Value. Another obsolete word. Which is not only that of a coin or a good, but the uncommon measure of a moral and intellectual talent. Value, intuition, loyalty to oneself, respect for one’s profession, all these things make a person a great journalist. And it does not matter where you write, whether in the provincial newspaper or the one at the top of national sales. The important thing is who you are and how you got there to be what you are. Without subterfuge, deception, lies, shortcuts. Without political connections. You don’t become a great journalist, in terms of soul and talent, in schools. You first need an aptitude, a predisposition. If you don’t have it, you won’t get anywhere, and if you do, you do it using the means mentioned above. Means, not gifts

You can tell stories in a thousand ways, but first you have to find them, you have to sense what is happening and intercept it. You have to find the stories. You have to smell them. You need a nose and acumen, not recklessness. That’s the stuff of assholes, which sometimes pays off, but then it sticks to your skin and you can’t get rid of it. The unscrupulous don’t find stories. They steal them from others because they get to them first like dogs on a bone, or they attach themselves to others using unconventional methods, using themselves as a means to get at someone or something.

To be good at finding stories and telling them, you also have to have had an intense life where sometimes the distinction between real and imaginary is not there, where what you have experienced and the situations you have seen are so unique that very few can say they have experienced them or maybe they have seen them in a film. So you know how to recognise other people’s unique ones and you know where to stick your hands in the shit if you have to. Otherwise you can be an investigative rat, the one who reads papers and cross-checks data, which is the modern version of the bookworm. The rat doesn’t need a life lived, the rat is linear and has a smooth life, generally. That is also needed. The mouse is methodical and achieves its results.

Then there are the adrenaline researchers, these are the most dangerous. Adrenalin seekers want to get into borderline situations on purpose because they get off on it. Every borderline situation for them is highly exciting, whether it’s private or professional. The problem is that they are dangerous to themselves and to others and they don’t notice when they cross that line.

In a world where journalists are identified with showbiz personalities, and where Facebook and Instagram pages portray egocentricity and narcissism, which are the ultimate inner emptiness, going back to being just good craftsmen of the word, sound and images, and nothing else, no prima donna or artist, that for me, if I see it in someone else, that is already a victory.

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