Campo minato 4

Continua da campo minato 3

Il mantra non funziona.

Il valore di un uomo si rivela nell’istante in cui la vita si confronta con la morte“. Ho sempre ammirato Yukio Mishima. Il suo senso dell’onore è stato talmente alto da portarlo al suicidio rituale, il Seppuku. L’etica del Bushido.

Sole e acciaio.

L’elicottero scarica una pioggia di proiettili che rimbalzano impazziti contro le colonne e le pareti della Moschea. Restiamo il più possibile appiccicati a queste imponenti colonne, una per persona, sperando che i proiettili di rimbalzo non ci colpiscano. Ma questo lo dico adesso. Là, in quel momento, come sempre, non capisci nulla. Sono istanti lunghissimi. Un miliziano dà ordine a un altro di sparare con un fucile. Non ha nessun senso.

Attendere. Spostarsi da una colonna all’altra. Attendere. Spostarsi nuovamente. Qualcuno inciampa nel correre verso l’ultima colonna che poi porta di nuovo all’interno della moschea.

“Assad kelb!” Urla Uno di loro. Assad cane.

Ancora l’adrenalina. Ancora il cuore in testa. Del cortile un lato del muro è crollato. Là ci sono i soldati del cane.

Siamo stati tra i primi a entrare nella moschea degli Omayyadi catturata al regime il giorno prima.

Con me ho dietro una copia di ‘Taccuino siriano‘ di Jonathan Littel. Il suo raccontare in un viaggio clandestino di Homs e della repressione, e poi della trasformazione della rivoluzione in chiamata allo Jihad internazionale è magistrale. E’ “il rendiconto di un momento breve e già scomparso, quasi senza testimoni esterni, degli ultimi giorni della rivolta di una parte della città di Homs contro il regime di Bashar al-Assad, poco prima che fosse soffocata in un bagno di sangue, ancora in corso mentre sto scrivendo“, scrive Littel … Me l’ero portato dietro la prima volta, quando sono andato proprio a Homs attraverso il regime. Con me c’erano altro giornalisti, ma questa è un’altra storia.

Ora però dobbiamo muoverci. Torniamo verso la casa dove dormiamo. I mediattivisti ci portano un altro giornalista. È un americano, un corrispondente di Foreign Policy. Chiedono se può usare il nostro collegamento satellitare per spedire del materiale e si mette a scrivere come un automa isolandosi ermeticamente dall’ambiente circostante.

Noi intanto giochiamo a freccette. Riprendono a bombardare e giochiamo a freccette. Non hai molte alternative

Se volete sentire com’è un colpo che arriva, l’ho registrato. Hai solo il tempo di realizzare e poi l’esplosione. Ecco, era sempre così.

Ora che sapete, andiamo avanti con la nostra storia. Qui di ‘narrative writing’ non c’è proprio nulla: quello è un trucchetto carino usato spesso per infarcire con un po’ di stile letterario roba che altrimenti non sarebbe molto appetibile. In un battibaleno si può passare alla fiction. Attenzione…

Le freccette. Passare da un pub con una pinta di Porter o una Bitter in mano a un misero appartamento ad Aleppo il passo è breve: non chiedetemi il perché, non lo so neanche io. Le freccette. ok. Siamo quasi alla fine di questo racconto, o perlomeno di quello che mi ricordo di questo viaggio.

La mattina mi piace mangiare quella che ho soprannominato la ‘colazione dei campioni’, il Ful mudammas. Una specie di crema di fave e ceci. Una botta energetica di carboidrati.

C’è un forno in zona che continua a lavorare. All’interno uomini faticano senza sosta impastando, stendendo e lanciando dischi d’impasto su un rullo meccanico. Una macchina del pane industriale. Dall’altro lato escono gonfie forme di pane arabo. Fuori una lunga fila di persone. Sono questi i migliori momenti per attaccare.

Quando siamo in prossimità dell’ospedale di al-Shifa, incrociamo due fotografi italiani: uno è Cesare, che poi ritroverò dopo qualche anno in Donbass, nell’Ucraina orientale.

Una prima esplosione. Il fumo nero, denso si alza da una palazzina a qualche centinaio di metri da noi. Forse un chilometro. Dopo qualche minuto, dal fondo del viale arrivano le prime macchine con i feriti. Poi un secondo colpo esattamente nel punto del primo. La tecnica da macellaio si chiama ‘double tap’: aspetti l’arrivo dei soccorsi e poi colpisci di nuovo.

Arrivano morti e feriti in continuazione. Alcuni con ferite orribili. Ci lanciamo in mezzo a loro filmando e fotografando l’orrore. Sono un automa, non ho nessun tempo per elaborare, come sempre. Magari, come è successo veramente, poi succede dopo anni, quando decidi di mettere su carta e stanare i fantasmi che hai incatenato in fondo a un pozzo. Quando il pozzo è pieno.

Ho solo un momentaneo cedimento. Succede quando una donna, una signora anziana, mi urla addosso tutta la sua rabbia e disperazione. Per anni mi ha tormentato, la sua immagine. Una delle poche nitide di quel viaggio.

Basta. Dobbiamo uscire.

Torniamo ad Ayan e questa gattina è ancora lì. La voglio portare via. Deciso. La portiamo via in macchina, fino al confine. Poi dobbiamo passare a piedi per andare dall’altra parte, in Turchia. Le guardie di frontiera si mettono a ridere vedendo il gatto spuntare dal mio giubbotto. Arrivati a Gaziantep la prima cosa che facciamo è svuotare completamente il frigo bar. Serve bere. C’è un locale ambiguo di fronte all’hotel, uno stile misto canne di bambù/Hawaii/Batik e mignotte. Ci finiamo a bere qualche birra.

C’è bisogno di silenzio, adesso.

La gattina la chiamo Syria. Syria Hurriya, che vuol dire libertà.

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