Senza titolo

Neffa & i messaggeri della dopa come colonna sonora mentre lavoro sui tricipiti con il TRX in casa. Dovevo andare in palestra ma dover uscire e rientrare per due volte in un giorno mi fa passare la voglia di mettere il naso fuori. Fa caldo. Devo già uscire per andare dal dentista e sta dall’altra parte di Roma in quel di inculonia e devo passare diverse fermate su un carro merci detto metro che al 90 per cento non avrà l’aria condizionata e più va verso la periferia più i volti si induriscono e la gente ha sguardi persi, volti duri e stanchi. Mi torna sempre l’odio/amore del tornare in quartieri fotocopia della mia vita precedente, dove giravo spesso con collezioni di coltelli: marsigliesi, a scatto, rasoi. Come il teppista di Sironi. Mi stanca pure scrivere. Ho il lusso del perdermi nei tempi morti, adesso. Ho silenzio intorno e nessuna esplosione. Nessuna sirena. Non sono tenuto a parlare se non quando ne ho voglia.

E’ un po’ di tempo che non aggiornavo questo diario.

Non sopporto il caldo. Odio stare in spiaggia, a meno che non sia verso sera, con un cocktail/birra tra le mani e due occhi interessanti da fissare. La luce calda e soffice al tramonto. In spiaggia mi urtano la folla, i corpi sfatti, l’incuria, gli uomini sfasciati e le donne appassite, la crema solare, i tamarri, i bambini. A parte il chiosco insomma, il resto lo sopporto a fatica. Ma tutto questo per parlare di cosa? Non lo so, delle bugie, dei non detto, delle omissioni, forse, della delusione di ripetitività e dinamiche che si rifanno vive. Della mancanza di chiarezza. Della stanchezza. Dell’essere in qualche modo necessario solo quando servi. Un corridore sul campo durante la partita. Della noia, delle insoddisfazioni. Della mancanza di lucidità, dei compleanni persi e di quelli dimenticati, della follia. Del peso di dover ripartire e di quello di dover ritornare, e di non aver mai dato il giusto peso a chi si ha intorno, a chi ti sostiene. A chi c’è sempre. Alle cose belle che hai e che non apprezzi. A quell’idea di essere sempre ospite, mai padrone della vita e di tutto quello che le gira intorno. Di essere marinaio, pirata, corsaro. Predone. Dello Spitfire Triumph che non comprerò mai. Dello spleen e di sto cazzo e di tutti i ricordi che si affollano dentro di te, delle urla, delle grida, del sangue che non cancelli più. Dell’alcol di troppo bevuto nei pub e in Ucraina e del sudore che devi poi perdere per bruciarlo. Succede tutto quando ti fermi, quando giri le chiavi e spegni il motore. Quando ti ritrovi da solo davanti a una tastiera. Quando strizzi il tuo cervello di spugna da tutto quello che ha asciugato in giro. Succede quando accarezzi il tuo gatto che dorme davanti a te. Succede quando pensi. Quando realizzi che sai che stai invecchiando. Succede quando parli con qualcuno che ha la metà dei tuoi anni. Succede quando sei steso su una panca e afferri il bilanciere. Ed è il peso che sollevi che non deve travolgerti, bloccarti. Questo vale per tutto. Capire quando devi fermarti, quando puoi dare l’ultima spinta prima di rimanere senza forze.

E quando è il momento di chiudere qualcosa, come questo scritto.

Aspettando il sole

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