La casa di ghiaccio

A Saltivka nord ci sono un sacco di palazzoni popolari. Andrii mi ha detto che sono stati costruiti tra gli anni ’70 e 80. Andrii meriterebbe un racconto a parte, perché è una persona pura. Non so se la guerra trasformi le persone, tolga ogni scorza e le riduca a quello che sono senza sovrastrutture, modellandole secondo archetipi primigeni: bene e male. Non saprei dirlo, nonostante abbia visto in tutti questi anni uomini e donne utilizzare i loro occhi per trasmettere quello che hanno nascosto dentro, quello che sono veramente, non quello che mostrano. E’ come se di fronte a un bivio tra vita e morte, la terra si trasformasse in un immenso purgatorio dove le persone si liberano della loro dualità e diventano tutt’uno con la loro essenza primigenia, qualcosa di preesistente alla nascita. In Iraq mi affascinava il discorso della compresenza del bene e del male in ognuno di noi, tipico del mazdesimo o dello yazidismo. Le religioni ‘monoteiste’ prima del libro, la Bibbia. La dualità dell’essere umano. L’universo è diviso in due parti contrastanti, lo spirito buono e lo spirito cattivo. A capo dell’ordine buono è il dio supremo, Ahura Mazda , il signore che sa. Così torniamo a quel bivio: chi diventa un macellaio, uno stupratore, un sadico, colora di nero ogni cosa che tocca e chi invece diventa puro, altruista, trasparente. Non ho la capacità di prevedere se e come ognuno di noi potrà cambiare di fronte a quel bivio.

Una palazzina abbandonata, colpita da un bombardamento. Completamente vuota. L’unica persona visibile è un uomo che esce da un portone. Ha dei sacchi neri e un album di fotografie in mano. Sono della figlia. Al quinto piano l’esplosione ha fatto saltare le tubature dell’acqua. Ci sono stalattiti ovunque. tutto è congelato, bloccato. Un salotto trasformato in una cava di ghiaccio dove il tempo si è fermato. Vite spezzate.

Quando arriviamo al mercato vicino al capolinea della metropolitana a Saltivka, a nord di Kharkiv, una trentina di minuti dopo che cinque colpi di artiglieria hanno colpito la struttura, i pompieri urlano in mezzo al fuoco, mentre srotolano dalle autopompe i tubi degli idranti. Tutto è coperto da una una colonna immensa di fumo nero. Fortunatamente il mercato e tutti i negozi intorno sono chiusi da giorni, altrimenti sarebbe stata una strage. Io e Andrea corriamo dietro di loro. Nessuno si interessa, nessuno ci tiene lontani. Siamo solo noi e loro. I baracchini del mercato si incendiano come scatole di fiammiferi uno dopo l’altro. Esplodono bombole. Io sto dietro a un gruppo di pompieri che sta cercando di avanzare in mezzo alle fiamme. Il calore brucia la pelle e mi brucia anche la gola. Se questo è uno dei tanti gironi dell’inferno, in questo momento io sto bene. Mi chiamano, faccio il collegamento con la tv in Italia e non penso a un cazzo di altro. Poi mi allontano, mi serve respirare e fumarmi una sigaretta. Quando ci allontaniamo, l’onda d’urto e le schegge delle esplosioni hanno sventrato un tabacchino e altri negozi. C’è una fila di persone, composta, davanti ai resti di un negozio di scarpe, quasi che rubare diventasse un metodo di cortesia, timido, perché le persone normali in fondo si vergognano di farlo, non sono sciacalli. Qui a Saltivka la gente fa la fila per avere un po’ di cibo, cappotti, medicine e portare rifornimenti è sempre un rischio, si muore sulle strade e in casa.

Davanti all’ingresso della metro c’è un chiosco di un bar moderno, molto carino, un po’ alla francese. I vetri sono esplosi. Schegge e pezzi di legno dappertutto. il bancone è rimasto intatto. La macchina da caffè a lato è italiana. C’è un contenitore di vetro sul bancone con dentro Snickers, Mars e altre barrette. Entro. Sotto lo scricchiolare dei vetri, ne prendo un paio. Una la lancio ad Andrea. Quando esco vedo gente andare via con stecche di sigarette in mano. Infilo la mia nel giubbotto e prendo il mio pacchetto. E’ vuoto. Fermo un ragazzo e gli faccio segno di darmene uno. Poi mi avvicino al tabacchino. Il grosso l’hanno portato via, c’è gente che rovista tra le macerie. Mentre sto tornando verso il checkpoint esplode un colpo di mortaio a poche decine di metri. Siamo subito sotto la metro, sulle scale. Dico agli altri, attendiamo qualche minuto poi corriamo verso la macchina e andiamo via a razzo. Mentre risaliamo dall’altra entrata, i vetri sono stati colpiti dalle schegge. Non ho provato nulla. Sono pieno di adrenalina e non mi fa più effetto sentire esplosioni o altro. Dobbiamo uscire da qui, siamo assuefatti al pericolo. Una condizione psicologica di accettazione del rischio che tanto, a noi, non può ormai succedere nulla. Così vai sempre più avanti senza rendertene conto. Già successo in altre situazioni.

“La guerra è il vero banco di prova degli uomini”, dice un altro Andrii, questa volta a Dnipro. Stiamo bevendo una birra in un luogo dove prima c’erano i Djset e l’angolo per lo stand up comedy e ora si parla di armi, si puliscono e oliano i pezzi, si organizza la resistenza armata, si fanno corsi di primo soccorso per i civili. Tourniquet e bende a compressione e poi, come utilizzare un Kalashnikov. Sicura, selettore, posizione di tiro, mettere e togliere il caricatore, la verifica del colpo in canna e lo scarico dell’arma. Questi ragazzi e queste ragazze, la maggior parte dei quali sui trent’anni, nel mio mondo potrebbero essere tranquillamente seduti in un bar di Roma a fare l’aperitivo e a non pensare a nulla, magari a Monti. Qui invece imparano a sopravvivere. Il locale è chiuso al pubblico. E’ il nostro rifugio quasi ogni giorno, dopo il lavoro o prima di andare da qualche parte. I sacchi bianchi di sabbia accatastati sulle finestre, le corse per arrivare poi entro le otto all’appartamento, quando scatta il coprifuoco. Ormai sappiamo esattamente quanti minuti ci vogliono e quali strade, a memoria. Quando sfrecci sulla corsia ai tuoi due lati le luci dei lampioni si spengono una dopo l’altra e fai a gara con loro a chi va più veloce, ma vincono sempre. E’ l’ora del buio. “Non so se vale per un periodo di guerra il ragionamento che stai facendo”, mi dice Andrii. A volte non riesco a leggere oltre quello che mi vuole far capire. “Io so che non passerò mai la linea rossa che divide gli uomini dagli animali, Non stuprerei mai una donna o farei altra merda del genere, però potrei uccidere se questo servisse a sfamare la mia famiglia, i miei figli. Se per esempio la mia famiglia avesse fame e un’altra persona non volesse condividere il cibo che ha con me, io la ucciderei”. La guerra è il vero banco di prova. E’ il momento in cui si rivela la tua vera natura. Essere umano o animale rabbioso. “E quando hai di fronte un cane rabbioso che morde chiunque, l’unica cosa che devi fare è abbatterlo”. I giochini, le chiacchiere da letterati, i discorsi da Facebook, tutta quella merda di discussioni ideologiche che leggo spesso sui social, gli intellettuali di sinistra illuminati, gli imbecilli di destra, i pacifisti a casa degli altri, tutto viene spazzato nel cesso di questo locale. E mentre tiro lo sciacquone vedo finire tutte le loro parole nel vortice di urina e acqua. La realtà è lontana dai grandi discorsi.

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