Motherland

A Kyiv c’è una gigantesca statua che si chiama Madrepatria, più di cento metri di altezza, costruita in epoca sovietica sotto Breznev. La prima volta che l’ho vista è stato nel 2017. Il museo adiacente è la Storia, quella con la esse maiuscola. E’ il museo della Seconda Guerra Mondiale. Per chi ama la storia, è un posto dove perdere delle ore. Kyiv è una splendida città. La zona intorno a Maidan mi ricorda Gotham city di Batman. Qualche tempo fa leggevo della figura del flaneur di Baudelaire (quanto l’ho amato da adolescente, lui e la corrente francese del naturalismo), l’osservatore parigino, il ‘passeggiatore’. Esperienza che si può provare solo a piedi, con il naso all’insù o osservando particolari, persone e cose che normalmente non osserveremmo con un mezzo di spostamento più veloce. Una città enorme che, ovviamente, è impossibile girare a piedi. Roma e il suo centro lo è, benché vasta, Kyiv richiede molto più tempo perché tutto cosi sovradimensionato, largo. I viali enormi, i marciapiedi immensi.

Ci sono persone che ho incontrato lungo queste strade. Alcune per caso, altre no. E sono preoccupato per loro. Chi è scappata a ovest, in Polonia, chi è rimasta a Kyiv, chi sta combattendo. E chi aspetta di farlo. Mentre scrivo stamattina ho messo un po’ di musica. Non ascoltavo nulla da quando sono arrivato qui. Troppo lavoro, troppo stress, troppe cose da gestire, per me e per gli altri. Persone che chiamano, persone che hanno bisogno di consigli, aiuti, molti sono colleghi. I collegamenti televisivi. Oggi sono un volto, domani sparirò nuovamente. L’ironia dell’immagine, così transitoria, la caducità di ogni cosa. Specchi. Mentre ascolto i Misfits, sdraiato sul letto, trovo il momento di riflettere dopo quasi un mese di blackout, nessuna introspezione, nessuna analisi dentro me stesso. Non c’è tempo neanche per mangiare, a volte. Mangiamo schifezze, quello che capita. Spesso barrette, ogni tanto scrocchiamo un pasto a qualcuno, perché spesso ce lo offrono. La sera saltiamo spesso la cena, perché i negozi chiudono molto presto e poi scatta il coprifuoco. Abbiamo una piccola dispensa in stanza. Due terzi sono cose che n0n mangerei mai in Italia, io che sono fissato con la dieta e la palestra.

Il tempo di alzare gli occhi dal monitor del mio laptop e vedo entrare un uomo in mimetica con la pistola puntata verso di me. Urla. Lui urla e io non capisco, alzo le mani. Entra un secondo uomo, questa volta con la divisa della polizia. Ha un Kalashnikov. Il primo uomo, un gigante con il volto coperto, punta la pistola verso Andrea, tenendolo sotto controllo, poi si danno il cambio. Continuano a urlare. C’è una ragazza con loro, è una delle responsabili del desk dell’hotel. Traduce quello che dicono: “mettetevi a terra, mani esposte, non fate nessun movimento”. L’uomo in mimetica mi punta la pistola in faccia e mi afferra per la camicia tirandomi su, in piedi, poi mi fa inginocchiare a terra e stendere, con le braccia in avanti. La ragazza non da solo indicazioni ma fa domande, da ordini, intima.

C’è una parte di questa storia che ora non racconterò ma che descrive nei dettagli cosa voglia dire finire nella propaganda di guerra e nelle psicosi e nelle paure e che spiega come comuni cittadini possono trasformarsi, diventare carnefici, essere più realisti del re. Non è stata una bella esperienza, ma lo è rispetto a un proiettile in petto.

Questa settimana riesco anche a fare una seduta di psicanalisi in corridoio, sdraiato su un divano. Una tipa si era seduta prima che arrivassi. Le ho fatto il classico gesto di togliersi dai coglioni. Mi serviva subito il divano. Non ha battuto ciglio e si è alzata. Il divano del corridoio ora è mio e ogni divano di ogni martedì ovunque sarà mio. O l’interno di una macchina, un bagno, una stanza. Solo per 45 minuti.

E viene il momento che tutto quello ho assorbito esce fuori. Ma devo controllare i miei sentimenti, pensare, ingoiare tutto di nuovo perché non è il momento di farlo, lo farò quando sarà finita. Quando sarò di nuovo da solo, in silenzio. Non adesso. Mentre riappaiono persone dal mio passato. Tracce, segnali, messaggi. Santuari creati e distrutti. Numeri di telefono che si riattivano, persone che scrivono, tante. I miei affetti, le mie mancanze in Italia.

Madre patria. Madre.

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