Le linee d’oro

Leggevo da qualche parte che il processo selettivo dei ricordi è determinato dal grado di intensità emotiva che essi ci hanno procurato. Per questo ricordiamo un evento, una storia, rispetto ad altre, perché più di altre ci ha procurato delle forti emozioni. Il ricordo permane, stampato tra l’ippocampo e l’amigdala. Una perdita, ad esempio, che sia la rottura di un rapporto sentimentale o un lutto. Il dolore con il tempo, teoricamente, si attenua e sparisce. Il ricordo permane. A volte c’è qualcosa che lo fa tornare in maniera prepotente: una frase, un oggetto, un film, una canzone. E a volte può succedere che una lacrima, senza che manco te ne accorgi, ti solchi una guancia (tipo quando guardi ‘After Life’ con Ricky Gervais). Ci sono casi però nei quali l’evento diviene così traumatico da farlo svanire, o renderlo lontano, ovattato, come se fosse successo a qualcun altro. Rimane nelle pieghe del nostro cuore anche se noi non lo vediamo.

E’quasi un anno che ormai mi siedo regolarmente sul lettino dello studio del mio terapeuta e analizzo, racconto, ragiono. Imparo, anche. Oggi ne parlo diversamente rispetto a quando ho iniziato, lo scorso marzo. E a volte un po’ mi disturba ricordare com’ero ferito, come la mia autostima si fosse ridotta in minuscoli brandelli. Questo incideva anche sul mio corpo. Oggi quando mi guardo allo specchio vedo un uomo dai muscoli allenati, il peso tornato alla sua perfetta espressione. Vedo un’altra persona. Non uguale a prima. Simile ma non uguale. Più forte anche se con nuove cicatrici. Affrontare. Per affrontare qualcosa devi avere la volontà di farlo. E a volte rimangono delle ferite. Alcune si rimarginano senza lasciare traccia, altre lasciano segni.

Ed è un anno esatto oggi dall’ultima volta che sono tornato a Milano.

Il kintsugi è l’arte di evidenziare le ferite. Significa ‘riparare con l’oro’. E’una tecnica di restauro ideata alla fine del 1400 da ceramisti giapponesi per riparare tazze in ceramica per la cerimonia del tè. Le ‘ferite’ del vasellame vengono fatte risaltare, durante la riparazione, da lacche mescolate a polvere d’oro. Così le linee di rottura assumono una loro bellezza in un oggetto che non è più l’originale. L’arte kintsugi ha profonde radici nella filosofia Zen e racchiude tre concetti: Mushin, ‘senza mente’, è un concetto che esprime la capacità di lasciare correre, dimenticando le preoccupazioni, liberando la mente dalla ricerca della perfezione. Anicca è ‘l’esistenza transitoria’. Mono no aware, è una ‘malinconia triste e profonda per gli oggetti’; apprezzandone la loro decadenza si arriva ad ammirarne la bellezza. Le cicatrici sono il segno dorato della vita. Ogni difficoltà o prova superata ne comporta una.

Ogni evento necessita di un suo tempo per essere riparato con l’oro.

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