Into the white

*Questa riflessione l’ho scritta lo scorso marzo e poi l’ho pubblicata sul sito della nostra associazione, Six Degrees. Il sito si chiama “From the frontline”. Era un periodo molto critico. Molto pesante. Credo che rileggerla oggi sia propedeutico a un percorso personale e che contenga spunti di riflessioni per molti che si avvicinano a questo mestiere. Un pezzo che non è certamente dedicato agli ambiziosi, ai narcisisti e agli egoisti, termini spesso referenziali per definire una parte della categoria dei giornalisti

Ultimamente mi sveglio spesso verso le cinque di mattina.
E quando ti svegli a quell’ora, gli uccelli iniziano a cantare e a Roma i gabbiani si richiamano tra di loro. E ho un sacco di tempo per pensare. Penso al perché sono successe certe cose, a come sistemarle, a quelle che non posso sistemare.

Stamattina ho cercato di scacciare quei pensieri con altri e mi sono apparsi due cadaveri. Non ci penso mai. Non racconto quasi mai queste storie. Ma è successo.
Il dove è successo e chi erano non importa. Libia, Siria, Iraq, Afghanistan. Cambiano i luoghi ma è sempre la stessa storia. La gente muore.

Ricordi sepolti che riaffiorano in questo periodo. Ricordi rimossi e buttati in un lago senza fondo, pietra al collo. Scarpe di cemento. Strati su strati di emozioni sigillati.
Tutto riaffiora.
La guerra. Quella sporca. L’adrenalina, il sangue, la merda, il terrore.
L’immagine fissa di questi due cadaveri gonfi come palloni. Le facce tirate e lucide come pagliacci sotto il sole di agosto. Vedo ancorale larve uscire a decine dai fori delle pallottole sulla loro testa. Senza sosta. L’odore nauseabondo della carne in decomposizione. I miei conati di vomito, l’odore che mi entra nelle narici e mi finisce direttamente nella gola, soffocandomi. Non respiro. Il sangue secco sui vestiti. Sangue che puzza schifosamente come i loro corpi.

Un deposito pieno di esseri umani carbonizzati e parti di scheletri bianchi e mura annerite dal fuoco.
Un altro odore di carne, diverso. Carne bruciata.
Sei dentro la luce bianca.
Come la canzone dei Pixies che ascolto ogni mattina, il mio talismano di sopravvivenza.

And there ain’t no night
And there ain’t no night
Did you hear what I said?

Una rotonda piena di gente ammazzata con le mani legate dietro la schiena, il sangue che esce a fiotti dal corpo di un mitragliere colpito da un cecchino. Altri cadaveri. Feriti, cadaveri. Obitori. Bidoni con pezzi di corpi smembrati. Prigionieri. Uomini picchiati. Uomini che ammazzano altri uomini. E che fanno morire altre donne e altri bambini.

Le pallottole che entrano nella mia macchina e io che urlo. Pochi secondi dove non vedo la mia vita scorrere come raccontano nei film ma sento solo pompare come un pazzo il cuore e vedo solo bianco.
Nessun cazzo di flashback. Il tempo di un caricatore intero di Ak-47 che ci investe a raffica da pochi metri. Le urla, io che abbasso la testa, i vetri che esplodono. Qualcuno grida e sento che sono vivo e apro la portiera e rotolo per terra. Mi tocco. Sono vivo. Tornano indietro per finire il lavoro e ho solo il tempo di inciampare, cadere, tenere il ferito insieme agli altri e muovermi senza sapere dove e come. Il sangue sui sedili. Il sangue che gocciola per terra. Le orecchie che mi ronzano.
Mi chiamano dalla radio da Lugano, mentre ho il fiatone e sto correndo, per sapere che succede a Tripoli e vorrei mandarli a cagare ma non lo faccio.

Loro non possono capire.

The big white
Into the white
Into the white
Into the white

I Tomahawk che passano bassissimi sopra la mia testa e impattano con una potenza che scuote il terreno come un terremoto e le finestre che tremano. Piovono pezzetti neri, leggeri, dopo l’esplosione.

Io che chiamo la Farnesina, di notte, chiedendo di avvisare gli americani che c’è un furgone pieno di giornalisti stranieri che si muove durante il coprifuoco perché il conducente non trova la strada.

Deeper than your sleepy head
Deeper than your sleepy head
Ain’t nothin’ to see
Ain’t nothin’ in sight

L’ansia di morire sotto una trave di una casa mentre i colpi di artiglieria si avvicinano. Come passi che fanno tremare la terra, come quelli di un gigante che fanno tremare la terra, come il martello di Thor che leggevo nei fumetti della Marvel e guardo in faccia gli altri e nessuno parla, ci guardiamo negli occhi in silenzio e uno solo prega il suo dio. E aspetto che arrivi il colpo finale. Ma non arriva. E il gigante si allontana. Colpisce e uccide qualcun altro. Ho Siria, la mia gattina in braccio che avrà appena un mese. E l’accarezzo.

Un furgone appena centrato da un caccia. Il colpo esploso sulla strada, a pochi metri. Il veicolo pieno di schegge e squarci. Dentro sono tutti morti.
L’autista ha il ventre aperto, le budella esposte, lucide. La donna accanto sembra dormire. Il sangue le cola ancora dalla testa. Dietro altre due persone. Uno ha gli occhi aperti verso l’alto. Tolgo la telecamera.
E non guardo più.

Into the white
Did you hear what I said?
Did you hear what I said?

L’ospedale con il pavimento pieno di sangue e impronte di scarpe. Terra, sangue, sporco. Le mie scarpe macchiate di rosso scuro.
La gente portata a braccia dentro il pronto soccorso e poi in parte ammucchiata fuori in pile su pile di cadaveri avvolti da coperte. Tutti urlano.
Luce bianca e sangue ovunque.

Le notti passate sotto la rete del letto ogni colpo che arriva in un sonno non sonno fatto ad occhi aperti. I lampi accecanti nel buio pieno e completo di una città senza luci. Le urla dalla casa di fronte, il mio elmetto e il mio giubbotto antiproiettile con il quale dormo. Ho la schiena spezzata dal dolore, il sudore acido. Non mi lavo da giorni. Non dormo.
Il proiettile che vedo arrivare nella mia mente ogni volta che attraverso una strada della morte sfrecciando su un mezzo o attraversando di corsa una via della città vecchia.
Ora muoio, dico. Ma poi non succede.

Ain’t nothin’ to see
Ain’t nothin’ in sight
Into the white

L’elicottero che mi spara nel cortile della moschea e io, stronzo, sono appiccicato a una colonna mentre sento l’eco e i rimbalzi dei proiettili ovunque e ho steso a terra accanto a me il cadavere di un soldato nemico ucciso nel precedente assalto. La faccia bianca. Un rivolo di sangue secco sul pavimento che cola fino alla fessura di un tombino.

E poi mi porto tutto a casa. E lo metto in fondo. E così ogni volta ho fatto. Ogni viaggio che ho fatto prima di questa lunga epidemia. Anche se non sembra, anche se sembriamo impermeabili, qualcosa rimane sempre dentro. E spesso sono le cose che non raccontiamo o scriviamo.
Migranti, profughi, rifugiati, vittime e carnefici di guerre infinite.
Ma è il caso forse adesso di elaborare anche tutto questo.
Cose di noi che poi non raccontiamo nei nostri lavori, noi non esistiamo. Siamo solo testimoni.
Ma scriverne, adesso, di quello che io ho provato e di quello che non voglio ricordare, già mi fa sentire meglio.

Go and you go real far
Go and you go real far
Just past the big Quasar

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